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L’erede – Come si diventa Mazzola dopo Superga

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Inter Serie A
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Ogni tragedia, familiare o collettiva che sia, lascia dietro di sé degli orfani. Nel caso del Grande Torino e del suo capitano, Valentino Mazzola, quel destino tocca a due bambini: Sandro e Ferruccio.

Sandro ha sei anni e pochi mesi quando vede suo padre per l’ultima volta. A quell’età Valentino è ancora, prima di tutto, il papà. Il capitano del Grande Torino appartiene al mondo degli adulti, mentre per Sandro il Filadelfia è semplicemente il luogo dove suo padre va a giocare, dove ci sono tanti uomini che conosce e altri bambini con cui condividere quelle giornate.

È lì che nascono i primi ricordi. C’è Valerio Bacigalupo, il portiere che, d’accordo con Valentino, si presta a un gioco che per Sandro vale più di una partita vera. Il bambino calcia i rigori e Bacigalupo si butta dall’altra parte, lasciandogli la soddisfazione di segnare. Per un bambino è una magia. Per un padre, un modo semplice per regalargli la felicità.

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Ci sono anche i derby con la Juventus, vissuti da mascotte. Dall’altra parte c’è un altro bambino, coetaneo di Sandro, figlio del capitano bianconero Teobaldo Depetrini. Si guardano in cagnesco prima ancora di avere l’età per capire davvero che cosa rappresenti quella rivalità. L’appartenenza a una maglia, invece, l’hanno già capita.

E c’è Ferruccio, il fratello minore. Il suo nome è un omaggio a Ferruccio Novo, il presidente che aveva portato Valentino al Torino e con il quale il capitano granata aveva un rapporto che andava ben oltre quello tra un giocatore e il suo presidente.

Poi arriva il 4 maggio 1949. Superga porta via una delle squadre più grandi della storia del nostro calcio. Porta via Valentino, il mondo nel quale Sandro è cresciuto, il Grande Torino e il centro della sua famiglia. E un bambino si ritrova improvvisamente con un cognome che, da quel momento, non sarà più soltanto il suo. Diventerà una leggenda. Da quel momento sarà spesso lui a inseguire quel cognome, altre volte sarà il cognome a inseguire lui.

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La tragedia è seguita da un altro episodio doloroso. Sandro viene portato via e nascosto dalla compagna di Valentino. La madre lo cerca per settimane, fino a ritrovarlo e riportarlo a casa. Sandro ritrova Ferruccio e insieme provano a ricominciare, anche quando la madre li porta a vivere a Milano con il nuovo compagno.

Sulla loro strada compare il più improbabile degli angeli custodi. Benito Lorenzi, toscanaccio verace, attaccante per mestiere e personaggio sopra le righe per vocazione, era stato un amico intimo di Valentino in Nazionale. Sente di dover fare qualcosa per i suoi figli, anche per onorare un legame che gli è sacro. Prende Sandro e Ferruccio per mano e li porta a San Siro come mascotte dell’Inter. Giocano tra i pulcini, la domenica fanno i raccattapalle a bordo campo e, quando l’Inter vince, ricevono anche loro il premio partita. Il bambino del Filadelfia ha adesso un’altra maglia. Comincia un’altra storia.

Il cognome

All’Inter Sandro cresce con un problema che nessun altro ragazzo della sua età può conoscere. Prima ancora di vedere il calciatore, gli altri vedono il figlio di Valentino. Il cognome apre delle porte, ma comporta esami continui. Ogni passo avanti può essere attribuito alla memoria del padre, ogni errore può diventare la conferma del sospetto opposto: che quel ragazzo non sia all’altezza. Sandro deve quindi costruirsi una propria identità senza rinnegare quella da cui proviene.

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Anche il rapporto con Helenio Herrera nasce dentro questa ambiguità. Il tecnico argentino lo considera inizialmente un privilegiato perché figlio di un grande campione. Ma proprio per questo lo sottopone a una verifica continua. Essere Mazzola non basta. Bisogna dimostrare di meritare quel posto. Il rapporto tra i due è controverso, a tratti difficile. Poi Herrera capisce che in quel ragazzo magro c’è un giocatore con caratteristiche precise, perfette per la squadra che sta costruendo.

Mazzola non è un regista dal passo cadenzato. È una mezzala mancina che corre, porta il pallone, cerca il dribbling secco, accelera e si inserisce. Può giocare anche più largo, perché ha corsa e capacità di strappo. Herrera ne esalta le qualità e lo trasforma progressivamente in uno dei perni della Grande Inter. È il momento nel quale il figlio di Valentino comincia a diventare Sandro Mazzola.

Il debutto

La Serie A gli consegna subito una scena che sembra costruita apposta per ricordargli da dove viene. L’Inter, per protesta contro una decisione federale, schiera la Primavera contro la Juventus. Sandro, capitano di quella squadra, si ritrova così a debuttare nel massimo campionato proprio contro i bianconeri. Finisce 9-1. Omar Sivori segna sei gol.

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Quella è anche la partita d’addio di Giampiero Boniperti. Alla fine il capitano juventino va da quel ragazzo e gli parla di suo padre. Gli racconta che andava di nascosto a vedere le partite di Valentino e che, se avesse potuto, avrebbe spiato anche i suoi allenamenti per carpirne i segreti. Per lui, dice, era stato il più grande di tutti. Per Sandro è un altro incontro con il padre attraverso gli uomini che lo avevano conosciuto. E il calcio, nel frattempo, gli chiede di diventare adulto.

La Grande Inter

L’Inter di Herrera sta costruendo una delle squadre più importanti della storia del calcio europeo. Mazzola ne diventa uno degli uomini centrali. Dal 1960 al 1977 veste una sola maglia nella sua carriera da professionista: 565 partite e 158 gol.

Ma prima dei numeri vengono le partite. A Dortmund, nella semifinale di Coppa dei Campioni del 1964, c’è un rigore davanti a un pubblico ostile. Mazzola prende il pallone e segna. Poche settimane dopo arriva Vienna. Il 27 maggio 1964, nella finale di Coppa dei Campioni, dall’altra parte c’è il Real Madrid di Alfredo Di Stéfano e Ferenc Puskás.

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Mazzola ha ventuno anni e, prima ancora di pensare alla partita, rimane incantato a guardare Di Stéfano, il suo mito. Lo ha visto tante volte in televisione, ne ammira il modo universale di stare in campo e riconosce in lui qualcosa di suo padre. Luis Suárez se ne accorge e gli chiede se abbia intenzione di giocare la finale oppure di continuare a guardare il campione argentino.

Ma anche Di Stéfano sa chi è quel ragazzo. Sa chi è Valentino Mazzola. E la sua storia si era incrociata, indirettamente, con quella del Grande Torino. Dopo Superga, il River Plate aveva pensato a lui per contribuire alla ricostruzione del Torino, ma Di Stéfano aveva già preso un impegno con i colombiani del Millonarios e aveva mantenuto la parola.

Ora si trova davanti il figlio di Valentino. Lo guarda e aspetta di vederlo alla prova. Non rimarrà deluso. Mazzola segna due gol e l’Inter conquista la Coppa dei Campioni. A ventuno anni, il figlio del capitano del Grande Torino è campione d’Europa.

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Prima della partita Puskás gli aveva ricordato di aver giocato contro suo padre in Italia-Ungheria, persa dai magiari per 3-2. Sandro gli aveva risposto: «Mio padre l’aveva battuta, Colonnello». A fine partita vorrebbe la maglia di Di Stéfano. Non riuscirà ad averla. Finirà per scambiarla con Puskás. E sarà proprio il fuoriclasse ungherese a pronunciare le parole che Sandro avrebbe voluto sentirsi dire da sempre: «Sei degno di tuo padre».

È una frase che chiude una parte della sua vita. Fino a quel momento Sandro è stato il figlio di Valentino che cerca di dimostrare di essere all’altezza del proprio cognome. A Vienna, davanti agli uomini che appartengono alla storia del padre, diventa finalmente un campione della propria storia.

Arrivano poi le due Coppe Intercontinentali contro l’Independiente, nel 1964 e nel 1965, gli Scudetti e altre grandi notti europee. Nel 1971 Mazzola chiude al secondo posto il Pallone d’Oro, alle spalle di Johan Cruijff. Ha giocato contro Pelé, Di Stéfano, Puskás, Eusebio e Cruijff. I nomi che il bambino del Filadelfia aveva imparato a conoscere attraverso i racconti degli adulti sono diventati avversari con cui misurarsi sul campo.

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La Juventus

Anche la Juventus, a un certo punto, prova a portarlo via all’Inter. È il 1967. Gianni Agnelli lo contatta e gli propone di passare in bianconero. L’offerta è importante: il doppio dello stipendio che percepisce all’Inter, più una concessionaria Fiat e una società di assicurazioni. Mazzola chiede tempo e torna a casa. Parla con sua madre. Lei non ha bisogno di pensarci.: «To pà se rivolta ne la tomba! El fioeu del capitan del Toro giuga ne la Juve! L’è no pusibil!» (Tuo padre si rivolta nella tomba! Il figlio del capitano del Torino gioca nella Juve! Non è possibile!).

Non è soltanto una scelta calcistica. In quella risposta ci sono Valentino, Superga, il Grande Torino e una memoria familiare che non può essere separata dalla maglia. Sandro resta all’Inter. Una sola maglia nella sua carriera da professionista.

La Nazionale

Con l’Italia Mazzola esordisce nel 1963, a vent’anni. Chiuderà con 70 presenze e 22 gol. Nel 1968 arriva l’Europeo, vinto in casa. Sono passati quasi vent’anni da Superga e il figlio di Valentino è ormai uno dei protagonisti del calcio italiano. Poi arriva il 1970, il Mondiale in Messico e la staffetta con Gianni Rivera. Mazzola è corsa, strappo, verticalità. Rivera è pensiero, apertura, qualità nel palleggio. Valcareggi li alterna e il Paese finisce per discutere di loro come se dovesse scegliere tra due modi diversi di intendere il calcio.

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Tra Mazzola e il commissario tecnico, inoltre, non sempre il rapporto è disteso. Sandro gli rimprovera l’esiguità delle sue presenze in Nazionale; Valcareggi gli ricorda che, all’epoca, il titolare nel suo ruolo era proprio Valentino Mazzola. Come avrebbe potuto soffiare il posto a suo padre?

In Messico l’Italia arriva fino alla finale. Dall’altra parte c’è il Brasile di Pelé, che si stupisce di vedere in panchina uno tra Mazzola e Rivera. Finisce 4-1 per i brasiliani. Rivera gioca soltanto gli ultimi sei minuti; Mazzola resta in campo fino alla fine. La sua storia con la Nazionale ha ormai compiuto il proprio percorso. È stato campione d’Europa e finalista mondiale, ma soprattutto è diventato l’anello di congiunzione tra due grandi stagioni del calcio italiano: il Grande Torino di Valentino e la Grande Inter di Sandro.

Ferruccio

La storia di Sandro non è soltanto una storia di vittorie. C’è Ferruccio, il fratello minore, con il quale condivide l’infanzia, il lutto e il cognome. Anche lui diventa calciatore dopo il percorso nelle giovanili dell’Inter: Venezia, Lecco, poi la Lazio, dove gioca 85 partite, diventa capitano e conquista lo Scudetto del 1974. Due fratelli, due carriere diverse, un confronto inevitabile.

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Il rapporto tra Sandro e Ferruccio si incrina attorno alla controversia sul doping e alle vicende legate alla Grande Inter. È una questione che appartiene alla parte più privata della loro storia e che Sandro non ha mai affrontato pubblicamente nei termini della controversia. I due si allontanano. Per un uomo che aveva perso il padre da bambino, è un’altra frattura familiare.

Il secondo tempo

Quando smette di giocare, Mazzola non esce dal calcio. Cambia prospettiva. Torna all’Inter come dirigente e partecipa all’operazione che porta Ronaldo in nerazzurro. È il campione che diventa uomo di società. E accade qualcosa che rovescia la prospettiva della sua vita: alcuni dei grandi giocatori che l’Inter vuole portare a Milano conoscono Mazzola non come dirigente, ma come il campione che avevano ammirato da ragazzi.

Michel Platini firma un precontratto con l’Inter nel 1978, quando Mazzola è ancora legato alla società; poi la chiusura delle frontiere e le scelte successive del club impediranno che l’operazione si concretizzi. Nel 1984, invece, Mazzola contribuisce all’arrivo di Karl Heinz Rummenigge a Milano. Prima Sandro guardava i campioni. Adesso sono loro a guardare Sandro.

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Nel 2000 arriva il Torino, dove resterà fino al 2003 come direttore sportivo. È un incarico professionale, ma anche un ritorno nella città del padre, nel luogo da cui era cominciata la sua storia.

Poi arriva la televisione. La Rai, Bruno Pizzul, le telecronache, il Mondiale del 2006. Mazzola diventa una voce del calcio italiano e, per una nuova generazione, entra nelle case in un’altra forma. Non è più soltanto quello della doppietta al Real Madrid o della staffetta con Rivera: è l’uomo che racconta il calcio che continua dopo di lui. Nel 2014 entra nella Hall of Fame del calcio italiano.

L’ultimo ritorno

Alla fine, però, il punto di riferimento rimane sempre lo stesso. L’Inter. Nell’ultima intervista concessa al club, Mazzola pronuncia una frase che sembra raccogliere tutta la sua storia: «L’Inter è una mamma per me».

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È la squadra che entra nella sua vita dopo Superga, quando Sandro è ancora un bambino. È la maglia con la quale cresce, diventa campione e attraversa diciassette anni di carriera senza cambiarla mai. Ed è la società alla quale torna da dirigente quando la carriera da calciatore è finita. L’Inter è stata una squadra, una professione, una casa. E anche una forma di continuità.

Sandro Mazzola muore a 83 anni, alla vigilia del centenario di San Siro. Il presidente del Coni Giovanni Malagò lo ricorda con una frase emblematica: «Ha ritrovato suo padre».

A quel punto la storia può tornare al principio. Al bambino del Filadelfia che calcia un rigore contro Bacigalupo e vede il portiere buttarsi dall’altra parte. A Sandro e al piccolo Depetrini che si guardano prima di un derby. A Ferruccio Novo, il cui nome viene scelto per ricordare l’uomo che aveva portato Valentino al Torino. Alla mano di Benito Lorenzi che accompagna due fratelli dentro San Siro dopo Superga. Poi al 9-1 contro la Juventus, a Boniperti che gli parla di suo padre, a Di Stéfano che lo osserva prima della finale di Vienna, a Puskás che gli dice di essere degno di Valentino. A Herrera, che prima vede nel suo cognome un privilegio e poi nel suo talento uno dei punti di forza della propria squadra. Alla Juventus rifiutata. A Rivera e al Messico. A Ferruccio. E infine a quella frase: «L’Inter è una mamma per me».

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Una vita intera trascorsa con un cognome che era già leggenda prima che lui potesse scegliere che cosa farsene. Essere l’erede non significa vivere per sempre all’ombra di chi è venuto prima. Significa ricevere una storia che non hai scelto e trovare, nel corso della vita, il modo di farla diventare anche tua. Valentino Mazzola è stato il capitano del Grande Torino. Sandro Mazzola è diventato Sandro Mazzola. E forse è questo il significato più profondo della parola erede: non essere la copia di chi ti ha preceduto, ma prendere ciò che ti è stato lasciato e dargli una forma nuova. Non ha dovuto diventare Valentino. Ha conservato la sua eredità diventando se stesso.

(Foto: Depositphotos)

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