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ANCHE MENO: Le pagelle di Avellino – Padova 0 a 1

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Nesta
Tempo di lettura: 8 minuti

Le pagelle di Avellino – Padova 0 a 1

C’è una regola che vale da sempre e che continuerà a valere per sempre, anche in un pianeta popolato da robot: l’unità degli elementi garantisce la sopravvivenza della struttura. Questa affermazione riflette un principio sistemico e filosofico profondo: la coesione e l’interdipendenza dei singoli componenti sono ciò che permette a un insieme complesso di resistere al tempo, alle forze esterne e al caos. Un principio che vale in ogni ambito della vita, figuriamoci nel calcio. Non entrerò nel merito delle ragioni che hanno portato allo scioglimento del direttivo della Curva Sud.

Fatto sta che, quando si tratta di tirarci la zappa sui piedi, siamo bravissimi. Siamo vibrazioni di un sistema molto più grande di noi e, a volte, basta che quelle negative comincino a circolare perché finiscano per contaminare tutto il resto. Non so quanto e se le vicende che riguardano il nostro ambiente abbiano influito sulla prestazione della squadra, ma quello che abbiamo visto in campo è stato un concentrato di sufficienza, scarso ardore agonistico e una quantità abnorme di disattenzioni. Usciamo sconfitti dal Partenio contro un Padova che, a eccezione del suo portiere, non ha certo brillato per qualità.

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Sorrentino, migliore in campo a mani basse, ha fatto la differenza. Noi, invece, abbiamo fatto il possibile per aiutarlo. A poco serve consolarsi con la statistica dei 28 tiri a 8. I numeri, a volte, sono come certi alibi: sembrano offrire una spiegazione, ma non cambiano il risultato. I tre punti se li porta a casa un Padova all’ultima spiaggia, arrivato al Partenio con poche speranze di vittoria e ripartito con il bottino pieno. Perché, a conti fatti, questa partita l’abbiamo persa soprattutto noi.

Senza scampo e senza scusanti. Vi dirò, non riesco ancora ad arrabbiarmi davvero con questo gruppo. Forse perché voglio credere che certe sconfitte possano avere un valore educativo, a patto, naturalmente, che qualcuno abbia voglia di imparare la lezione. Martedì possiamo rifarci a Chiavari, contro una squadra che sulla carta ha un organico e ambizioni inferiori alle nostre.

Ma la carta, come abbiamo appena scoperto, non scende in campo. Servirà il coltello fra i denti e lo spirito d’arrembaggio. Questa volta non basterà neanche solo vincere, bisognerà per forza di cose anche convincere.

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Le pagelle dell’Avellino

Martinelli: 5,5

Le uscite non sembrano essere il suo forte. Lo avevamo intuito, adesso possiamo metterlo a referto e programmare qualche seduta personalizzata. Bisogna costruire quella sicurezza che ti permette di leggere le situazioni, scegliere il tempo giusto e non restare piantato davanti all’attaccante avversario, che a quel punto deve soltanto appoggiarla in porta. Sono dettagli, certo. Peccato che nel calcio i dettagli abbiano il brutto vizio di finire sul tabellino dei marcatori. Si perde anche così. È tutta colpa sua? Ma per piacere. Sarebbe troppo comodo e, soprattutto, troppo falso.

Enrici: 5,5

Qualche sbavatura, qualche errore di troppo e una prestazione che non raggiunge la sufficienza. L’atteggiamento, però, è quello giusto: non molla, lotta e prova anche ad accompagnare la manovra. Patrick ha bisogno di uno scatto di crescita per dimostrare di poter fare il salto a piedi uniti nellacategoria anche sul piano della personalità e della continuità. Io sono pronto a scommetterci. A patto che, ogni tanto, anche lui decida di venirmi incontro e non mi costringa a difendere la mia fiducia come un avvocato davanti a una giuria particolarmente ostile.

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Venturi: 6

L’unico della retroguardia a non crollare a picco in questa giornata storta. Puntuale negli interventi, attento nelle letture e sufficientemente lucido da non farsi contagiare dalla confusione generale. Governa la propria zona con tecnica e personalità, provando a mettere ordine dove l’ordine sembra essere diventato un optional. In una difesa che concede troppo, lui almeno tiene la barra dritta. Pilastro.

Di Bitonto: 5

Chiamato a sostituire un Izzo febbricitante, si ritrova davanti un compito titanico. Non tanto per la posizione in campo, quanto per il peso specifico che Armando porta con sé ogni volta che indossa la maglia biancoverde. Il risultato, purtroppo, non è all’altezza delle aspettative. Il nostro giovane difensore appare ancora acerbo, poco abituato ai tempi e alla fisicità degli attaccanti di categoria. Le imprecisioni sono tante e in alcune situazioni si paga dazio. Non ne facciamo un dramma: nessuno nasce imparato e, soprattutto, nessuno diventa difensore di categoria superiore guardando le partite dalla panchina. Diciamo che è stato un battesimo di fuoco. Le ferite, se saprà leggerle, gli serviranno per capire dove migliorare. L’importante è che la prossima volta si presenti con qualche cerotto in meno e qualche certezza in più.

Missori: 5

Convergenza ed equilibratura non sono ancora completate. I tiri partono storti, i cross dal fondo finiscono direttamente nella categoria delle mete del rugby e la precisione sembra aver preso un’altra strada. In officina si lavora, ma la macchina continua a tirare da una parte. L’ingegnere capo è caduto in uno stato di depressione e ha già chiesto un consulto con il reparto elettronico. Urge una revisione generale. Perché una cosa è spingere, un’altra è farlo con la stessa efficacia di un navigatore satellitare che continua a ricalcolare il percorso senza trovare mai la destinazione.

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Moruzzi: 6,5 (MVP)

L’unico a presentarsi al Partenio con il fuoco sacro di chi non ha intenzione di arrendersi. Mentre il resto del gruppo sembra aver scelto la modalità risparmio energetico, Brando corre, spinge, crossa e prova a tirare in porta ogni volta che ne ha l’occasione. Più e più volte. A negargli la gloria ci pensa un certo Sorrentino, sconosciuto ai più fino a sabato, ma che dopo questa prestazione ha conquistato parecchi estimatori anche dalle nostre parti. A giudicare da quello che ha fatto vedere al Partenio, siamo in molti a chiederci come mai non giochi almeno in Nazionale. A fine partita Brando gli ha chiesto il numero di telefono: vuole organizzare qualche sessione privata di tiri in porta. L’obiettivo è semplice: riuscire a segnare almeno una volta a Sorrentino, così da poter affrontare con maggiore serenità tutti gli altri portieri del campionato.

Palmiero: 6

Luca è chiamato a fare il poliziotto cattivo in un centrocampo che, per educazione e buone maniere, rischia di sembrare un collegio svizzero. Compito svolto con discreta efficacia: ringhia sugli avversari, si fa rispettare e prova a tenere insieme una manovra che viaggia a velocità decisamente contenuta. Non sarà il regista di un’orchestra che suona a memoria, ma almeno cerca di impedire che ognuno imbracci il proprio strumento e cominci a suonare per conto suo. Nel secondo tempo viene sostituito per dare maggiore dinamismo alla squadra con l’ingresso di forze fresche. Serpico.

Palumbo: 5,5

Martin è distratto. Troppe voci sul futuro, poca attenzione al presente. Le dichiarazioni del nostro direttore sportivo in settimana avevano acceso qualche riflettore sulla sua situazione e la prestazione in campo non ha contribuito a spegnerli. Il primo tempo da mezzala è insufficiente: avulso dal gioco, poco incisivo e raramente determinante nella manovra. Nella ripresa, spostato in cabina di regia, cambia volto. Trova più palloni, mostra personalità e prova a dare un senso alla circolazione della squadra. Due giocatori diversi nella stessa partita, come se nel primo tempo avesse smarrito le istruzioni e nell’intervallo qualcuno gli avesse finalmente consegnato il manuale. Che stia trovando la sua identità definitiva? La sensazione è che le qualità ci siano. Adesso bisogna capire dove e come metterle al servizio della squadra. E magari, nel frattempo, lasciare che del futuro si occupino gli altri.

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Besaggio: 5,5

Michele non riesce proprio a uscire dal suo periodo di appannamento. Prestazioni accademiche, una buona dose di qualità e tanta applicazione, ma quel qualcosa in più che ci si aspetta da un giocatore come lui continua a latitare. È come se avesse imparato a memoria la parte, ma si presentasse in scena senza aver letto il finale. Non è una questione di impegno, quanto di incisività: quando hai determinate qualità, non puoi limitarti a dimostrare di possederle, devi anche riuscire a metterle al servizio della partita. Continuo a pensare che un turno di riposo possa fargli bene, magari per ricaricare le batterie e ritrovare un po’ di brillantezza. Ma, a quanto pare, sono l’unico a pensarla così. Oppure sono l’unico a dirlo. Saturno Contro.

Russo: 6

Quando si parla di Raffaele, l’unica cosa davvero prevedibile è la marcatura asfissiante che gli allenatori avversari gli riservano. Ormai ogni difensore che lo incontra riceve un briefing dedicato, con tanto di immagini, istruzioni operative e probabilmente un numero verde da chiamare in caso di emergenza. Eppure lui continua a provarci, cercando di regalare spunti di jazz calcistico in mezzo a spartiti scritti da chi vorrebbe soltanto impedirgli di suonare. Sabato, però, la nota giusta non arriva. C’è una regola del biliardo che si tramanda da generazioni nelle vecchie sale giochi: «Quando la palla fa TATA, posa la stecca e vai a pagà». Il problema è che Raffaele, stavolta, la stecca non l’ha posata. Ha continuato a cercare il colpo, senza trovare la buca. Il Signor Quindicipalle.

Cheddira: 5

Seconda giornata consecutiva in cui il nostro attaccante di lusso stecca la partita. Corre tanto, ma spesso a vuoto; davanti alla porta è poco incisivo e fatica a reggere il peso del reparto. La sensazione è che gli avversari abbiano cominciato a studiare i nostri movimenti offensivi, prendendo le contromisure necessarie per limitarci. È il momento in cui si misura la capacità di una squadra di evolversi, trovare alternative e sorprendere chi pensa di aver già capito tutto. Sono certo che Rubinacci stia perdendo il sonno per trovare quei movimenti perfetti che rendano imprendibili i nostri due fenomeni là davanti. Almeno, voglio crederlo. Perché se continuiamo a muoverci come da copione, il rischio è che gli avversari imparino a memoria anche le battute. E a quel punto, più che una fase offensiva, diventa una replica.

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I subentrati dell’Avellino

Di Maggio: 6,5

C’è un momento, nel secondo atto di Giselle, in cui la protagonista riappare in scena avvolta nell’atmosfera eterea dell’atto bianco. Ecco, Di Maggio entra in campo più o meno così: leggero, elegante, quasi immateriale, con la differenza che al posto delle punte da ballerino ha gli scarpini e al posto del palcoscenico il centrocampo del Partenio. In pochi minuti riesce a dare alla squadra quello che era mancato per buona parte della gara: dinamismo, intraprendenza e la sensazione che qualcuno abbia ancora voglia di cambiare il copione. Si muove con disinvoltura, cerca il pallone e prova a dare ritmo a una manovra che fino a quel momento sembrava accompagnata da un’orchestra in sciopero. Diventa l’étoile del nostro palcoscenico, con tanto di applausi e richiesta di bis. Dopo questa prestazione, tenerlo lontano dal campo comincia a diventare un esercizio di equilibrismo tecnico. Nureyev.

Favilli: 5

Andrea sembra soffrire l’ingresso a partita in corso. Come se avesse bisogno che il film cominciasse con lui, altrimenti facesse fatica a trovare il proprio personaggio. Entra quando la sceneggiatura è già avviata, ma non riesce a cambiare il finale né a lasciare un segno concreto sulla gara. Il problema è che un attaccante non può aspettare che la partita gli venga incontro: deve essere lui a cercarla, anche quando il contesto è complicato e il copione non gli piace. Altrimenti rischia di restare una comparsa in una storia scritta da altri. E noi, di comparse, ne abbiamo già viste abbastanza.

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Izzo: 6

La personalità è l’unica cosa che non se ne va nemmeno con la febbre. Armando entra in campo e, quasi per magia, la difesa assume una forma diversa. Le distanze si accorciano, le letture diventano più sicure e anche chi gli sta accanto sembra improvvisamente ricordarsi quale sia il proprio mestiere. Non è soltanto una questione di interventi: è la presenza, il modo di stare in campo, la capacità di trasmettere sicurezza anche senza dover intervenire direttamente. Izzo è la prova tangibile, per chi ancora non ci crede, che nello sport esistono le categorie. E che certe differenze non le misuri con il termometro, anche quando il termometro segna la febbre.

Biasci: 5

Anche stavolta non riesce a incidere. Entra, prova a trovare la posizione, ma la partita gli scivola addosso senza lasciargli il tempo di cambiarne il corso. Non è ancora il Biasci che aspettiamo, quello capace di accendersi nei momenti decisivi e trasformare un pallone sporco in un’occasione da ricordare. Resettiamo anche questa volta. Non ho intenzione di smettere di crederci, soprattutto perché so che il suo nome voglio tornare a gridarlo a squarciagola. Magari proprio in finali come questi, quando la tensione sale e il Partenio diventa una bolgia. Per ora, però, più che il boato ci tocca il tasto di riavvio. E speriamo che il prossimo caricamento sia quello definitivo.

Di Paolo: S.V.

Troppo pochi i minuti a disposizione per formulare un giudizio con un minimo di cognizione di causa. Cinque palloni, forse, non bastano per costruire una sentenza. Ma una cosa è evidente anche senza bisogno di un campione statistico significativo: la classe si vede. E quando si vede, sarebbe un peccato lasciarla troppo a lungo in sala d’attesa. Aspettiamo di rivederlo con più minuti a disposizione, perché certe qualità meritano di essere messe alla prova sul serio. Il talento, però, è come un appuntamento: prima o poi bisogna dargli il tempo di presentarsi.

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(Foto: DepositPhotos)

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