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Angolo del tifoso

ANGOLO JUVENTUS – Riflettori su chi gioca

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Dusan Vlahovic Juventus
Tempo di lettura: 3 minuti

E’ la partita dei contrasti, spesso anche dei veleni. Un match che viene “giocato” settimane prima che le squadre mettano piede sul rettangolo da gioco. In televisione gli opinionisti sparano pronostici a manetta. Sui giornali si pubblicano bollettini quotidiani sullo stato di forma di ogni singolo atleta. Le opposte tifoserie ragionano a lungo sugli sfottò da inserire negli striscioni in curva. Inevitabile che, alla fine, una partita come Juventus – Inter spesso faccia salire alla ribalta storie e personaggi che, con il calcio giocato, c’entrano relativamente. E quando questo accade significa che in campo i giocatori non hanno offerto uno spettacolo molto interessante. Chi si mette sul divano o raggiunge il suo posto in tribuna si augura che accada l’opposto. Riflettori su chi gioca.

Niente tuta, ci vuole la divisa

Persino il look degli allenatori sembra rispecchiare l’importanza mediatica che hanno assunto. Finiti i tempi in cui il mister di turno si presentava con una ruvida tuta d’ordinanza, magari la stessa che usava per gli allenamenti. Al giorno d’oggi tutti i tecnici sfoggiano, a beneficio delle telecamere, una impeccabile divisa: cravatta annodata alla perfezione e giacca con stemma della società bene in vista. Sono i delegati dei loro datori di lavoro, rappresentano non solo la squadra che dirigono ma anche chi ne detiene la proprietà. Gli si chiede di argomentare della partita con competenza ma anche di presentarsi bene al pubblico. Persino le sbroccate di un Max Allegri in trance agonistica (giacca e cappotto buttati al vento) fanno parte del copione. E’ legittimo che l’importanza capitale del risultato faccia perdere la testa persino all’agghindato mister livornese. Tanto, poi, una volta giunto in sala stampa (debitamente ricomposto, of course) avrà cura, innanzitutto, di scusarsi con tutti per aver smarrito momentaneamente il suo proverbiale aplomb. E insisterà per portare subito il discorso sulla partita appena conclusa e su chi l’ha disputata. Riflettori su chi gioca.

Mania di protagonismo

Il suo omologo sulla panchina nerazzurra, Simone Inzaghi, utilizza metodi differenti. Ma le finalità sono le stesse. Si presenta con eleganza, risponde alle domande con cortese enfasi, non si sottrae al contraddittorio. Non lancia stoccate sarcastiche per destabilizzare l’interlocutore: è un serafico piacentino, svezzato dai rudi insegnamenti del sergente Lotito. Il presidente della Lazio l’ha accolto, a più riprese, nella fase finale della sua carriera da calciatore. E l’ha creato come tecnico, gli ha fatto fare tutta la trafila dagli Allievi fino alla prima squadra. Simone ha imparato presto a barcamenarsi tra i mutevoli umori del suo boss. Se le cose non vanno a dovere Lotito spara a zero su tutti, a partire dall’allenatore. Il fatto che abbia resistito cinque anni di fila sulla panchina biancoceleste, con anche qualche trofeo all’attivo, è significativo. Ha imparato ad arginare l’inarrestabile mania di protagonismo del presidente, impermeabilizzando la squadra da ogni tipo di tensione, anche quelle provocate (inconsapevolmente o meno) dal proprietario. La sua priorità è creare un ambiente sereno attorno ai giocatori, in modo che vadano in campo per recitare la loro parte da protagonisti. Riflettori su chi gioca.

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L’importanza della mediana

La differenza tra i due, stasera, risiede nel centrocampo. Inzaghi ha una mediana di primordine, Allegri molto meno. Entrambi ne sono consapevoli, entrambi ci hanno riflettuto per bene al momento di impostare il match. Le squalifiche di Pogba e Fagioli hanno decimato un reparto che, comunque, non brillava per qualità. Se manca un onesto mestierante come Locatelli l’alternativa è l’imberbe Nicolussi Caviglia. Non c’è molto da almanaccare: manca chi sappia dominare il gioco, inutile metterla sul piano del confronto tecnico. Molto meglio serrare i ranghi, chiudere gli spazi e puntare tutto sulle fughe di Chiesa e Vlahovic. La rete del vantaggio bianconero è un prodotto di questa matrice. Che L’Inter si diverta pure a far girare la palla, alla fine conta chi mette il pallone in fondo al sacco. Tre tocchi e si è in porta. Cosi ha chiesto Allegri e cosi hanno fatto i suoi uomini migliori. Quelli che, alla fine, sono sempre e comunque determinanti. Riflettori su chi gioca.

Il gol è il mio mestiere

Non è un caso che il centravanti serbo si sia sbloccato proprio nel match più importante. Allegri sapeva che doveva essere la sua partita e cosi è stato. Il ragazzo di Belgrado è un purosangue che ha bisogno di ampie praterie per esprimere il suo talento. Stavolta imposta l’azione, imbecca il compagno di reparto e ne va a raccogliere l’assist per segnare. E’ sempre stato un implacabile finalizzatore, adesso sta imparando anche a costruirsi le occasioni in autonomia. O, con la collaborazione del suo partner, altra arma letale in caso di ripartenze in spazi larghi. Come quelli concessi dal tambureggiante palleggio offensivo dell’Inter, cui solo l’opportunismo del suo bomber Lautaro (un altro che lascia sempre la sua firma sulle partite di cartello) ha evitato la sconfitta. Una partita gradevole, scevra da polemiche e discussioni. Un match incentrato sui calciatori, finalmente. Riflettori su chi gioca.

(Foto: Depositphotos)

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