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Napoli

Ventitré novembre 1980

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Il 23 di novembre 1980 era l’onomastico di Flora, la suocera di mia sorella. L’occasione era, ovviamente, troppo ghiotta da sprecare, data l’abilità ai fornelli della compianta festeggiata. Quella domenica si riunirono più famiglie e fu subito pantagruelico pranzo di festa, che, vi lascio immaginare, si protrasse per ore.

Ed ecco come il football ritorna nei momenti, anche i più drammatici, della vita di ognuno di noi. Dopo aver ascoltato alla radio gli avvenimenti della serie A (ricordo che il Napoli giocava in trasferta), noi ragazzi decidemmo di proseguire la giornata col Subbuteo (e qui avrei tanto da raccontare ma forse sarei sopraffatto dalla commozione). Iniziarono così partite ad incrocio, quadrangolari che erano pretesti di prese in giro infinite, interpretazioni soggettive di regole a proprio uso e consumo; ricordo perfettamente quando, apprestandomi ad effettuare un lancio lungo dalla difesa, il mio giocatore iniziò a ballare, a saltellare da solo. Per alcuni istanti ci guardammo negli occhi tutti quanti, cercando di capire cosa stesse succedendo. Non ne avemmo il tempo.

Erano le 19 e 34.

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Un boato inimmaginabile. Il tavolo di compensato si ribaltò. Il lampadario iniziò una folle danza. Le urla dei presenti si levarono agghiaccianti. I genitori correvano a cercare la prole sparsa per la casa di 220 mq. Molti dei dipinti appesi al muro piombarono giù, sul pavimento. Facevamo fatica a stare in piedi; ci ritrovammo tutti sotto l’arco della porta d’ingresso che, fortunatamente, era abbastanza ampio da ospitare la maggior parte dei commensali.

Durò circa un minuto e mezzo, ma l’immagine dell’ascensore, sul pianerottolo, che sbatteva a destra e sinistra all’interno del suo vano (che, essendo un palazzo del 1932, era delimitato da enormi grate di ferro a vista) mi accompagnerà per tutta la vita. Così come il totale senso d’impotenza al cospetto di un evento del genere.

Le ore successive furono trascorse nel marasma generale di una città che si ritrovò interamente riversata in strada.
Si vagliavano diverse soluzioni per trascorrere la notte che si apprestava. I ricordi oggi iniziano a sfocare un po’, ma diverse nottate successive furono passate in sei in un’Alfa Sud, parcheggiata una volta in Piazza del Plebiscito e altre sul lungomare di via Caracciolo, sempre con migliaia di altre automobili, in un inverno che si rivelò molto più gelido del solito.

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Ma c’era il football.

Il football quella stagione sicuramente aiutò a tenere sollevata un’intera regione. La mia squadra (forse anche per l’evento, mi piace pensare) si unì in un unico blocco granitico e, guidata da Sua Maestà e Rino Marchesi, arrivò a lottare fino a cinque giornate prima della fine per lo scudetto con Juve e Roma. Il 26 aprile 1981 arrivo’ il Perugia, già retrocesso, al San Paolo e il calendario delle ultime giornate arrideva agli azzurri.

Ci credeva tutta la città. Forse era arrivato il momento giusto, forse era la giusta ricompensa della sorte che tanto aveva tolto nei mesi precedenti alla città e alla mia gente e, quando Moreno Ferrario mise dentro alla porta sbagliata un innocuo cross dalla sinistra al primo minuto di gioco, sotto ai miei occhi in curva B iniziò ad aleggiare una strana atmosfera sullo stadio. Dopo qualche minuto ci furono ottantamila cuori che iniziarono a spingere gli azzurri.

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Quello che accadde nei restanti 89 minuti non l’ho più rivisto nella mia vita. Passammo tutto il tempo nella metà campo avversaria. Vidi Claudio Pellegrini prendere il palo da 42 centimetri, il portiere perugino Malizia parare l’imparabile. Lo sforzo dei nostri era reso ancora più duro e stoico dal terreno reso pesante dalla pioggia che, chiaramente, favoriva chi doveva pensare esclusivamente a difendere; alla fine non ci fu niente da fare.

Fu però un campionato che restò scolpito nel cuore di chi lo visse, anche se da semplice spettatore. Fu combattuto da tre squadre che rappresentavano il Nord, il Centro e il Sud, fino alla fine. Fu quello del famoso gol di Turone, vero caso da moviola e che tanto fece discutere e recriminare negli anni a seguire. Fu quello della ribalta per tanti giovani calciatori che, in seguito, fecero la Storia. Il primo nome che mi viene in mente: Pietro Vierchowod. Fu l’ultimo del guerriero Romeo Benetti.

La Sorte aveva pensato bene di prenderci inverecondamente per il c*lo quell’anno. Dopo essersi presa la vita, la casa e il futuro di migliaia di persone con il terremoto, volle completare l’opera perpetrandoci una delle più grosse delusioni sportive che la mia generazione possa ricordare.

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Ma all’epoca non lo potevamo sapere. Non potevamo neanche lontanamente immaginare che la festa era solo stata rimandata di qualche anno; quella sarebbe stata la più grande Gioia che la mia generazione possa ricordare.

Sarebbe accaduto il 10 di maggio dell’anno di grazia 1987. Ma questa è un altra storia.

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