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CORNER CAFE’ – Si può piangere in Italia

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L’Italia è un posto dove si piange. E lo si fa senza vincoli, senza dover rendere motivo ad alcuno. E di motivi ce ne sono fin troppi. C’è chi piange per Mariolino Corso: lui, l’Inter l’ha fatta grande. Coi calzettoni arrotolati in giù ha vinto tutto col Biscione degli anni ’60. Se ne è andato pochi giorni fa. C’è chi piange per Alex Zanardi, il vero e proprio simbolo del non arrendersi mai. Prima paralizzato, poi mutilato, ha continuato a fare quello che ha sempre fatto: correre sorridendo. Sorridendo ad una vita che gli ha dato tutte le ragioni per diventare martire, che ha permesso lui più che a chiunque altro di poter lamentare la cattiva sorte. Invece ha preferito correre ancora, lasciandosi alle spalle ogni sguardo di compassione. L’Italia tutta oggi piange per lui, ma sa che in un modo o nell’altro riuscirà a cavarsela. Lui la resilienza l’ha nel sangue.

C’è chi piange, ma di gioia: finalmente è ricominciato il campionato, finalmente si ritorna in campo. Torino – Parma e Verona – Cagliari hanno reso nuovamente lo spettacolo della A, nonostante le porte chiuse. C’è chi ha gioito e chi invece no. Forse però la scena più significativa è stata quella di N’Koulu: ginocchio in terra, sguardo basso, pugno alzato. Lo ha imitato, il giorno dopo, anche Romelu Lukaku. Il razzismo è anche in Italia, George Floyd è anche in Italia: anche l’Italia si ribella. C’è chi ha pianto per una coppa, a Napoli, e chi invece lo ha fatto maledicendo le proprie maldicenze contro Allegri. C’è chi piange ancora per il coronavirus, debilitato ma non debellato, come Antonio Filippini, tecnico del Livorno. Troppo forte, il dolore per la perdita della sorella. Ma è giusto piangere, è giusto farlo. La catarsi dello sfogo fisico ha sempre un impatto salutare sul proprio essere. E spesso chi non lo fa, ha una maschera indosso che lo rende semplicemente più solo.

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