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NUMERO 14 – The Italian Style

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Stadio Wembley di Londra, 14 Novembre 1973, amichevole di lusso tra i padroni di casa e l’Italia. Amichevole per modo di dire, è pur sempre un aspro confronto tra due modi antitetici di intendere il calcio. La proverbiale alterigia albionica ha fatto il resto: i giornali hanno definito sarcasticamente gli avversari come una “squadra di camerieri”, con palese riferimento al passato del centravanti azzurro Chinaglia, in gioventù addetto al servizio clienti nel ristorante di proprietà dei genitori in Galles. Parole grosse sui media e nessun complimento sul terreno di gioco: al tradizionale gioco maschio dei britannici si contrappone una vigorosa risposta atletica degli azzurri che, sul finire della partita, sfruttano un veloce contropiede per siglare con Capello la rete della prima, storica vittoria dei nostri sul suolo inglese.

A fine incontro i giocatori dedicano il trionfo ai “Leoni di Highbury”, i loro predecessori in maglia azzurra che nello stesso giorno, ma non nello stesso impianto, avevano disputato il primo incontro tra le due nazionali in Gran Bretagna trentanove anni prima.

Un salto indietro nel tempo, primavera 1934, l’antefatto della storia che stiamo per narrare.

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Si è appena conclusa la seconda edizione del Campionato del Mondo e l’Italia, guidata dal Ct Vittorio Pozzo, ha conquistato la Coppa Rimet. Una vittoria non priva di ombre, però, a partire dall’arbitraggio troppo “casalingo” dell’arbitro svedese Eklind nelle due partite finali del torneo, almeno a sentire i quotidiani d’oltremanica, fin troppo disposti ad attizzare la crescente rivalità tra le due scuole calcistiche.

Le insinuazioni provenienti dall’Inghilterra vengono riportate fedelmente al Duce da un ambasciatore fervente nazionalista, più che sicuro che l’orgoglio ferito del suo interlocutore sarà la giusta leva su cui fare pressione per organizzare il match tra i due contendenti.

E infatti. Mussolini non è un grande estimatore del gioco del calcio ma apprezza molto la sua popolarità che può ampiamente sfruttare ai fini di propaganda del verbo fascista.

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Ha preteso ed ottenuto l’organizzazione del Mondiale per sbandierare la vittoria ottenuta nella manifestazione come un lusinghiero biglietto da visita di fronte al mondo: il trionfo degli azzurri è il suo trionfo, quello di un paese guidato da un governo dinamico ed efficiente.

E questi inglesi osano metterne in discussione la legittimità? Che si giochi, dunque, dove e quando vogliono loro e che sia il campo ad avere l’ultima parola.

Il diktat del Capo viene subito trasmesso a Vittorio Pozzo, con la sottintesa aggiunta che, a questo punto, non è contemplata l’ipotesi di una sconfitta.

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Il Ct incassa l’ordine e, tra mille dubbi, si prepara alla spedizione in terra inglese.

Il termine “spedizione” non è usato a caso perché si tratta affatto di una trasferta qualunque. Non potrebbe mai esserlo: l’avversario e l’ambiente sono quanto di peggio possa capitare.

Nessuno, finora, ha mai sconfitto la nazionale inglese sul suo campo. E per molteplici motivi: sul suolo britannico è nato il calcio e gli inglesi, da ligi depositari del Verbo della sfera rotonda, considerano ogni loro terreno da gioco alla stregua di un tempio. Non permetteranno mai e poi mai a qualcuno di profanarlo.

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Sanno sfruttare allo scopo ogni elemento: il timore reverenziale che la loro fama impone, la bolgia assordante dello stadio come monito perpetuo per chi li affronta, il gioco rapido e martellante usato come punteruolo capace, alla lunga, di spezzare qualsiasi resistenza.

E non disdegnano anche di usare qualche piccolo accorgimento: la data per la partita con l’Italia, il 14 Novembre, è scelta in base a dei precisi criteri ambientali. Sarà un giorno di pioggia e nebbia, l’ideale per imporre un duro gioco atletico ai più tecnici avversari che, inoltre, confinati nell’angusto stadio di Highbury, non avranno i giusti spazi per scatenare il loro contropiede.

Pozzo sa bene tutto questo: in gioventù ha vissuto anche in Inghilterra, ha osservato il loro calcio, conosce i loro metodi e non si fa illusioni sulla loro correttezza.

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Non può tirarsi indietro, anche la sua unica richiesta di rinviare il match alla primavera successiva è stata respinta al mittente, gli inglesi non vogliono rinunciare a nessun vantaggio.

La sua nazionale è stanca, le fatiche del recente Mondiale si fanno sentire e alcuni dei suoi fedelissimi hanno marcato visita, come il vecchio capitano Combi, portiere ormai alla fine della carriera o il centravanti Schiavio, deciso a concentrarsi solo sul suo Bologna.

Per sostituirli non ha molta scelta: tra i pali andrà Ceresoli, già designato portiere titolare per i Mondiali e sostituito all’ultimo da Combi a causa di un infortunio mentre a guidare l’attacco tornerà Peppino Meazza, rimpiazzato a centrocampo dal suo compagno di club Serantoni.

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Giusto il tempo di sentire il fischio d’inizio della partita e il match ha già la sua prima vittima: Luisito Monti, il monumentale centromediano della squadra, viene toccato duro dal centravanti avversario Drake che riesce a spaccargli l’alluce. Inutili i suoi tentativi di resistere al dolore: zoppica vistosamente, si sposta all’ala per non danneggiare troppo i compagni ma alla fine non riesce a continuare e viene richiamato in panchina da Pozzo che, vista la squadra ridotta in dieci, ordina ai suoi di assestarsi in campo in formazione da ripiego.

La tattica degli inglesi ha funzionato: sapevano bene che il giocatore italo – argentino era stato una delle chiavi del successo azzurro ai Mondiali, i suoi interventi ai limiti del regolamento avevano fermato prima il fuoriclasse austriaco Sindelar nella semifinale e poi il regista ceco Svoboda nella finalissima di Roma, disputata quasi per intero ai margini del gioco dopo essere stato azzoppato da una vigorosa entrata del centromediano azzurro.

Con lui in campo sarebbe stato molto più difficile sovrastare gli avversari e, adesso che è in lacrime ai bordi del terreno di gioco, la nazionale inglese può agevolmente imporre il suo ritmo ai frastornati azzurri: al primo minuto Ceresoli è già costretto a parare un calcio di rigore ma poi, di fronte ai devastanti attacchi britannici è costretto a capitolare per ben tre volte.

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Tre a zero per l’Inghilterra dopo neanche un quarto d’ora di gioco. Si profila una disfatta colossale per gli azzurri e Ferraris, neo capitano e sostituto di Monti in mediana, decide di prendere in mano la situazione: si piazza al centro del campo e, con le buone o con le cattive, si impone di fermare le martellanti incursioni degli avversari che, tuttavia, ormai sicuri della vittoria, si limitano a giochicchiare in attesa di chiudere i conti con altre reti.

Grave errore: l’abbassamento del ritmo forsennato consente alla nazionale italiana di riorganizzarsi e, spinti dall’esempio del capitano, gli azzurri riescono finalmente a guadagnare metri sul terreno di gioco fino a varcare la metà campo per innescare le micidiali folate delle ali Guaita ed Orsi a vantaggio dell’opportunismo di Meazza. Il primo tempo si conclude senza altre reti e, all’intervallo, nello spogliatoio azzurro si mette a punto il piano della riscossa.

Il Ct Pozzo, fedele al suo credo di veterano della Grande Guerra, incita i suoi a reagire, agitando lo spauracchio di una nuova Caporetto mentre il più gioviale Ferraris tira fuori la sua veracità romana, insinuando dubbi sulla virtù della madre di chi si fosse sottratto al combattimento.

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Al rientro in campo L’Italia è una squadra completamente diversa dalla formazione tremebonda della prima mezz’ora di gioco: Ferraris, un gladiatore che si sente nel suo elemento naturale, sradica palloni su palloni dai piedi degli avversari e rilancia prontamente i suoi verso la porta inglese mentre sulle fasce Guaita ed Orsi non chiedono di meglio che ricevere dei palloni da mettere al centro dell’area oppure accentrarsi per la battuta in prima persona.

Meazza, riciclatosi per l’occasione centravanti di manovra, fa quello che ci si aspetta da un fuoriclasse della sua statura: riceve il pallone per impostare il gioco e, spesso, si trova anche a concluderlo, siglando nello spazio di pochi minuti le due marcature che rimettono in discussione la gara. Prima infila di destro al volo un passaggio di Orsi e poi devia in rete di testa una punizione di Ferraris. Adesso è tre a due per gli inglesi ma questi ultimi sembrano avere ormai il fiato corto mentre gli azzurri traboccano di atletismo e sfiorano prima il pareggio e poi la clamorosa vittoria con due occasioni che Ferrari e Guaita mancano di un soffio.

Al triplice fischio finale il risultato non è mutato ma la vittoria è degli inglesi solo nel punteggio: l’Italia, come un pugile orgoglioso, non si è piegata sulle ginocchia dopo i primi, pesanti colpi subiti ma ha saputo tenersi in piedi, finendo poi per concludere il match in gloria e imponendo ai presunti maestri inglesi il proprio, personalissimo, Italian Style.

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