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C’era una volta il calcio: l’assalto dell’Arabia Saudita

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Ronciglione United
Tempo di lettura: 3 minuti

Parafrasando il titolo di uno dei primi film di Woody Allen, si potrebbe dire: “Prendi i soldi e scappa in Arabia Saudita”.

Il calcio è scosso dal diluvio di soldi in arrivo dal mondo arabo, che un po’ alla volta sta conquistando il mondo. Il Paris Saint Germain, il Manchester City, il Newcastle, poi i Mondiali in Qatar sono soltanto una parte di un progetto politico che mira a spostare il calcio che conta dall’Europa e dal Sudamerica, le culle tradizionali del pallone, al mondo arabo. Con l’obiettivo di portare i Mondiali del 2030 in Arabia Saudita.

E siccome da quelle parti non sanno dove mettere i soldi, ecco la decisione di usare il calcio come strumento di consenso e di promozione.

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Gli ingaggi proposti ai calciatori sono fuori mercato, almeno per quello che ne sapevamo finora. Persino la ricca Premier League sembra un campionato “povero” in confronto a quello che stanno cercando di allestire gli arabi. Mbappè pare orientato a respingere l’offerta mostruosa di 700 milioni per una stagione. Ma sa già che l’anno successivo andrà al Real Madrid a cifre certo non da clochard.

Ha detto no anche Messi, che ha preferito la Major League americana.

La strada era stata aperta qualche mese fa da Cristiano Ronaldo, giocatore ormai agli sgoccioli di una carriera ricchissima.

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Ma il punto è proprio questo: finché gli arabi convincono giocatori a fine carriera, è tutto normale. Molto meno normale e più preoccupante è che un campione come Milinkovic Savic a 28 anni, anziché cercare di accasarsi in una squadra importante per vincere finalmente scudetti e coppe europee che non è riuscito a vincere con la Lazio, decida invece di accettare i dollari – 20 milioni netti all’anno fino al 2026 – dell’Arabia Saudita.

Ora è chiaro che ognuno è libero di decidere il proprio futuro e i soldi fanno gola a tutti. Ma è una deriva che rischia di rovinare il calcio. O almeno quello che ne rimane. Perché una volta il calcio era passione, mentre oggi è dominato dal denaro.

Chi difende il calcio?

Come ci si può difendere da questo assalto? Difficile dirlo. Certo, la prima cosa che viene in mente è che a difendere il calcio dovrebbe essere chi istituzionalmente è preposto a organizzarlo e disciplinarlo. Cioè la FIFA e l’UEFA, vale a dire proprio i due organismi che lo stanno accompagnando alla rovina, aumentando a dismisura le partite, anziché diminuirle per aumentare la qualità del gioco. Il risultato è sotto gli occhi di tutti: si gioca troppo, lo spettacolo è sempre più raro, mentre aumentano esponenzialmente gli infortuni dei calciatori di pari passo col loro conto in banca.

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Del resto la FIFA è la stessa che ha assegnato gli ultimi Mondiali al Qatar attraverso un sistema clientelare peggiore di Tangentopoli. Ed è la stessa Federazione che ha deciso di cambiare in modo assurdo il format del Mondiale per Club. Una volta vi partecipavano la vincitrice della Coppa dei Campioni europea e quella della Copa Libertadores sudamericana. Poi si è deciso di dare spazio anche al calcio africano e a quello arabo.

Infine l’ultimo capolavoro: dal 2025 la fase finale vedrà in campo 32 squadre. Una corsa al gigantismo che ha una sola spiegazione: i soldi sborsati dalle Tv (e di conseguenza incassati dalla FIFA).

Quindi, come direbbero gli inglesi, “We stay fresh”.

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L’ultima opzione è che siano i giocatori a ribellarsi questa mercificazione del calcio. Ma se anche qualcuno ci stesse pensando, saranno i procuratori – i veri padroni del calcio mondiale – a convincerli a lasciar perdere.

Il Dio denaro

Insomma comanda sempre più il Dio Denaro. Il calcio che sognavamo da bambini non esiste più e viaggia spedito verso il precipizio. Finirà sepolto sotto una montagna di denaro.

E in casa nostra come siamo messi? Sempre peggio. La Lega di serie A incasserà dai diritti Tv meno soldi di quelli dell’ultimo quadriennio, il nostro campionato sarà di livello tecnico modesto perché i giocatori migliori, non appena possibile, scapperanno in Premier League o in Arabia Saudita.

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I nostri giovani faticheranno sempre di più a giocare, ma ci sarà sarà sempre chi dirà che il calcio italiano scoppia di salute perché ha portato tre squadre alla finali delle coppe europee (perdendole peraltro tutte e tre), è arrivato in finale ai Mondiali under 20 e ha vinto gli Europei under 19.

Dimenticando che le tre squadre che hanno perso la finali europee erano piene di stranieri, che il Lecce ha vinto lo scudetto Primavera presentando in finale una formazione di soli stranieri, che all’Italia battuta in finale dell’Uuruguay nel Mondiale under 20 mancavano 7 o 8 giocatori che i club non hanno concesso alla nazionale di Nunziata (nuovo CT dell’under 21, buon lavoro) non perché impegnati in serie A o in B, dove non giocano praticamente mai, ma perché impegnati a non far retrocedere la squadra Primavera.

E poi ci meravigliamo se la Nazionale fallisce per due volte la qualificazione ai Mondiali.

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Il nostro calcio è questo, gestito da dirigenti di società e di Lega che pensano esclusivamente ai propri interessi e che vedono l’azzurro come il colore dell’inferno. In questo contesto, già sopravvivere sembra un’impresa.

(Foto depositphotos)

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