News
Le lezioni che ci ha lasciato Gianni Minà
Quando “osi” parlare di un gigante del giornalismo italiano come Gianni Minà, temi di sbagliare ad ogni virgola, anche solo permettendoti di definirti un suo “collega”, anche solo accostando la penna ad un taccuino o le dita alla tastiera per scrivere di lui. Perché era una bella persona, una persona alla mano, ma inavvicinabile, nel senso di inarrivabile. Perché era un narratore eccezionale, ma inimitabile. Perché aveva esordito in ambito sportivo in quanto gli piaceva ed era appassionato (riguardo il pianeta calcio era tifosissimo del Torino, fin dai tempi del Grande Torino, e seguì 8 Mondiali di calcio e 7 Olimpiadi), ma aveva anche saputo trasformarsi in momenti di precariato, decidendo di occuparsi degli ultimi del mondo, dando voce a Cuba e alle lotte dei popoli dell’America Latina. Perché era riuscito a guardare negli occhi gli occhi, quasi impossibili anche solo da avvicinare, di mostri sacri dello sport, della letteratura, del cinema e della musica come Muhammad Ali, Fidel Castro, Garcia Marquez, Sepulveda, Enzo Ferrari, Sergio Leone, De Niro, dei Beatles e di tanti altri, ma li aveva anche portati a cena a Roma da “Checco Er Carettiere” in chiacchierate in cui rimaneva sé stesso, con la semplicità di una persona del popolo che voleva rimanere nel popolo come linguaggio, come stile di vita, come naturalezza e schiettezza, come umiltà, come affabilità, come empatia, come passione. Per la vita, per le relazioni, per gli incontri, per l’esserci. Perché sentivi che non faceva semplicemente il suo mestiere, ma aveva davvero voglia di conoscere le persone, i loro volti, le loro storie per raccontarle. Perché ascoltava e non giudicava, puntando il dito sulle debolezze e sugli errori umani. Perché scriveva, andando oltre. Perché chi truffa con le plusvalenze, prima di essere perdonato, merita di essere sanzionato e dipinto come farabutto, mentre chi “ruba” a sé stesso la propria vita (vedi Maradona, per esempio) va prima di tutto compreso, accolto, accettato.
Gianni aveva già da tempo capito molto bene che il giornalista ha soprattutto questa funzione, quella di rimanere umano e di preservare l’umanità dalla disumanità, dalle diseguaglianze, dalle ingiustizie. “Non puoi scrivere – diceva, riferendosi al nostro settore – se non conosci fino in fondo quello che stai raccontando”. Come dargli torto? Ogni pensiero e ogni sensazione che c’è dietro ad ogni storia, ad ogni sguardo che c’è dietro a quella vicenda di cui dai notizia e che descrivi, non può non attraversarti e coinvolgerti come giornalista. Con la morte di Gianni Minà è rimasto indubbiamente un grande vuoto. Ma non siamo tutti più poveri da oggi. Lo diventeremmo, se non seguissimo il suo straordinario esempio.
P.S. – Perché intitolare una rubrica “Autogrill”? Immaginate di trascorrere là un’intera giornata: in 24 ore quante storie vedreste e ascoltereste? Quante persone incontrereste e osservereste? Quanti gesti, parole e situazioni, che rimandano a luoghi vissuti da tanti altri volti? E’ quello che si proporrà di fare questa rubrica: approfondire, dal campo o fuori dal campo, delle storie che si conoscono e rilanciare delle storie che si conoscono poco. Raccogliere respiri di vita, attimi di condivisione, istanti dove cogliere l’essenziale nei particolari, briciole di esistenze in un luogo sì preciso ma di passaggio. Come in un autogrill, appunto, un luogo in cui tutti passano per un minuto o per un’ora, un luogo dove s’incrociano casualmente esistenze, incontri ed emozioni….
Follow us!







