Vialli

Quell’occhiataccia di Vialli a Napoli

Editoriale Htest Prima Pagina
Condividi
Tempo di lettura: 4 minuti

Il Mondiale di Italia ’90 è una ferita aperta per il nostro calcio. Io la ricordo come un’esperienza fantastica, il mio primo e unico Mondiale, le notti magiche, l’Olimpico ribollente di entusiasmo.

Ma Italia ’90 è legato anche a un episodio che mi è tornato in mente oggi, mentre leggevo sui social network le migliaia di testimonianze su Gianluca Vialli. Io non ho scritto niente, come non scrissi niente quando ci lasciò Mihajlovic. Non mi piace questa rincorsa a ricordare lo scomparso, quasi a dire: “Io lo conoscevo bene”. E io li ho conosciuti bene entrambi. Ma ho un innato pudore che mi impedisce di mettermi in mostra in queste circostanze così intime come può esserlo la morte.

Faccio un’eccezione per un episodio inedito che è rimasto a lungo chiuso in un cassetto della mia memoria.

La Fininvest (Mediaset non esisteva ancora) mi affidò, assieme a un altro collega, il compito di seguire passo passo il cammino dell’Italia. Un onore che mi riempì d’orgoglio e di responsabilità. Ogni giorno per oltre un mese prendevo la via dell’Hotel Helio Cabala di Marino, dove era in ritiro la nazionale di Azeglio Vicini e dove, a qualche centinaio di metri di distanza si svolgevano gli allenamenti. Avevamo i primi cellulari, dei Nec P4 che pesavano mezzo chilo e avevano un’autonomia di quattro ore al massimo, per cui bisognava partire equipaggiati di batterie di riserva. Da Marino facevamo le dirette, le interviste, riprendevamo gli allenamenti e montavamo i servizi.

L’Italia giocava un calcio entusiasmante, Baggio incantava con le sue invenzioni, Schillaci, l’ultimo arrivato, era un goleador implacabile. Puntare al titolo mondiale non sembrava un’impresa impossibile.

Tutto filò liscio finché l’Italia giocò all’Olimpico.  Poi arrivò la semifinale con l’Argentina, in programma a Napoli, nello stadio di Maradona.

Il 3 luglio scesi all’ombra del Vesuvio, realizzai una serie di interviste in mezzo alla gente, montai dei servizi e feci un paio di dirette. Ebbi la sensazione che il San Paolo non sarebbe stato come l’Olimpico, tutto azzurro. Il giorno prima Diego, astutamente, aveva fatto una dichiarazione che serviva a tirare dalla sua parte il pubblico napoletano: “Ora si ricordano di Napoli perché ci sono i Mondiali, da domani vi dimenticheranno” erano state le sue parole.

Ricordiamo tutti come finì quella notte stregata, ma è una leggenda metropolitana che il San Paolo tifasse per l’Argentina. La maggioranza del pubblico tifò Italia e solo una minoranza rispose all’appello di Maradona sostenendo l’idolo del Napoli.

Dopo i rigori che ci eliminarono da un Mondiale che avremmo probabilmente vinto, se fossimo arrivati in finale, vidi molta gente attorno a me piangere a dirotto per la delusione.

Scesi negli spogliatoi, ma non dovevo realizzare interviste, perché il mio lavoro si era esaurito tra la mattina e il pomeriggio e ora stavano lavorando altri due colleghi. Mentre ero davanti all’ingresso degli spogliatoi, dove arrivavano gli azzurri con facce sconvolte, uscì Pedro Troglio, centrocampista dell’Argentina che conoscevo bene perché giocava nella Lazio. Era un ragazzo molto educato e disponibile con cui avevo un eccellente rapporto. Pedro mi vide, mi venne incontro, io tesi la mano per fargli i complimenti e lui mi travolse in un abbraccio inatteso proprio nel momento in cui usciva Vialli.

Non dimenticherò mai l’occhiataccia carica di riprovazione con cui mi fulminò Luca, come se io fossi un traditore e fossi felice per la sconfitta degli azzurri. Ci rimasi male, ci ripensai durante la notte, mentre non riuscivo a prendere sonno.

Un paio di mesi dopo, alla ripresa del campionato, ritrovai Troglio e gli raccontai l’episodio, del quale era completamente all’oscuro. Da ragazzo per bene qual era, si dimostrò sinceramente dispiaciuto e mi propose addirittura di chiamare Vialli per un chiarimento. Lo ringraziai, ma gli dissi che non mi sembrava il caso e che in fondo era una faccenda che avrei risolto io prima o poi.

Poiché Vialli giocava nella Sampdoria e quindi passò alla Juventus prima di trasferirsi al Chelsea, non mi trovai mai a tu per tu con lui.

L’occasione di presentò il 27 maggio 2009, quando Roma ospitò la finale di Champions League tra Barcellona e Manchester United, le due corazzate del calcio europeo. Con Sandro Piccini, che avrebbe fatto la telecronaca per Mediaset, ci demmo appuntamento in un Hotel di Ponte Milvio, da dove avremmo raggiunto l’Olimpico.

Mentre aspettavamo che la transportation ufficiale dell’Uefa ci prelevasse, si materializzò Vialli, che lavorava come commentatore tecnico per Sky. Ci salutammo e a quel punto non potei fare a meno di saldare il mio debito, ma soprattutto di chiarire un enorme malinteso. 

Spiegai a Luca com’erano andate le cose, lui capì e ci abbracciammo. Un abbraccio che non potrò mai dimenticare.

(Foto Wikipedia)

Follow us!

FacebookFacebookYoutubeTwitterTwitchTwitch

Print Friendly, PDF & Email