Avellino
ANCHE MENO: Le pagelle di Cesena – Avellino 1 a 1
Cesena – Avellino 1-1
Niente. Le partite lontano dal Partenio non ci riescono mai del tutto. Siamo sempre un po’ troppo attendisti, con quell’ansia di osare, di imporre il gioco e di tirare fuori la cazzimma che invece, tra le mura amiche, sfoggiamo con il petto in fuori e lo sguardo di chi non deve chiedere mai.
C’è una sensazione che continua a non abbandonarmi: siamo belli, ma ogni tanto fatichiamo a ballare. Timidezza? Poco coraggio? Prevedibilità? Rotazioni della rosa? Subentri tardivi e telefonati? Ognuno ha la propria verità inossidabile, la propria ricetta miracolosa e, naturalmente, il proprio colpevole da consegnare alla piazza.
Io, quest’anno, ho deciso di non volerne una. Anche perché questo tagadà emotivo, in cui una domenica ti esalti e quella successiva, soprattutto in trasferta, ti ritrovi a rivedere tutte le tue convinzioni, comincia quasi a piacermi.
È un po’ come quella sensazione di leggero pizzicore dell’acqua ossigenata su una ferita: brucia, dà fastidio, ma in fondo ti fa sentire vivo. O forse sono soltanto i primi sintomi di una stagione che mi sta facendo perdere il contatto con la realtà. Bah.
Fatto sta che al Manuzzi il primo tempo lo giochiamo sfilacciati, con i reparti lunghi, lunghissimi, e spesso in balia delle sfuriate del Cesena.
Siamo poco compatti, poco incisivi e, soprattutto, troppo timidi per una squadra che in casa ha dimostrato di poter giocare a viso aperto con chiunque. Poi, però, nella ripresa cambia qualcosa.
Entriamo più spavaldi, più rabbiosi, con la voglia di sporcare la partita e di prenderci quello che fino a quel momento avevamo soltanto guardato da lontano.
La prova è che, una volta incassato il gol, non ci sciogliamo come neve al sole, come troppo spesso ci era capitato nella passata stagione.
Reagiamo, la riprendiamo quasi subito e, nel finale, gettiamo anche il cuore oltre l’ostacolo. Attacchiamo, creiamo occasioni, chiudiamo in avanti e diamo finalmente la sensazione di volerla vincere, non soltanto di sperare di non perderla.
Finisce in pareggio. Un punto più o meno utile, conquistato su un campo dove storicamente facciamo una fatica tremenda a lasciare il segno.
Non è una prestazione da stappare bottiglie importanti, ma nemmeno da convocare il consiglio comunale per deliberare lo stato di crisi. Il sapore con cui usciamo dal Manuzzi è comunque buono.
Fresco, forse ancora acerbo, con qualche nota di tannino che resta sul palato. Un vino che deve ancora maturare, ma che non si butta nel lavandino. Prost!
Le pagelle dell’Avellino
Martinelli: 7,5
Altro giro, altra corsa, altra prestazione sfavillante per il nostro rampante portierone. Ai detrattori del talento, stasera, devono essere caduti definitivamente anche i baffi. Si fa trovare pronto quando serve, con una sicurezza che comincia ad avere poco a che fare con l’età e molto con la personalità. Urla, Tommaso, si fa sentire, guida la difesa e trasmette quella sensazione di affidabilità che per un portiere è quasi tutto. Ma vederlo volare da un palo all’altro è anche pura poesia calcistica. E pensare che, a quest’età, qualcuno dovrebbe ancora chiedersi se sia pronto. Noi, nel frattempo, ci godiamo lo spettacolo.
Enrici: 6,5
Grande prova del reparto arretrato e Patrick interpreta alla perfezione il ruolo di titolare della difesa biancoverde. Arcigno, concentrato, pulito negli interventi e con un talento che, a furia di aspettare l’esplosione definitiva, rischiamo di ritrovarci davanti già bello e pronto senza esserci accorti del momento in cui è successo. Neutralizza il proprio dirimpettaio e tiene la posizione con attenzione, senza concedere troppo. Il Cesena, da quelle parti, riesce a infilarsi soltanto quando lui è lontano dalla zona di competenza. E non può certo essere Enrici a pagare per chi avrebbe dovuto scalare e non l’ha fatto. In difesa si può sbagliare, ma almeno cominciamo a distribuire le responsabilità con la stessa precisione con cui distribuiamo le insufficienze.
Venturi: 6,5
Venturi governa la zona in cui è chiamato a operare con la tranquillità di chi sa perfettamente che cosa fare e, soprattutto, che cosa non concedere. Impone il fisico, comanda, abbina la solidità alle buone qualità tecniche e, quando serve, mette da parte il fioretto per passare alla spallata. Per avere un’idea della sua serata, chiedete a Shpendi: probabilmente, a un certo punto, ha cominciato a domandarsi se fosse davvero necessario passare sempre da quella parte. Una prestazione concreta, senza fronzoli e senza bisogno di alzare la voce. Ogni tanto, per difendere bene, basta semplicemente difendere bene.
Izzo: 8 – MVP
Armandino, stasera, l’idea di uscire sconfitto non riusciva proprio a digerirla. A un certo punto si è preso la squadra sulle spalle e ha deciso che, se proprio dovevamo tornare a casa con qualcosa, quel qualcosa non sarebbe stato soltanto un’altra giornata di rimpianti. Prima salva sulla linea un gol che sembrava già fatto, poi si trasforma in attaccante navigato e firma la rete del pareggio. Nel mezzo, spinge, crossa, lancia i compagni in profondità e mette in campo una quantità di personalità che basterebbe a tenere in piedi un intero condominio. Se volete, a fine partita vi accompagna pure a ballare: sulla Riviera romagnola, come ci tiene a far sapere, «ci sta ’a pizzeria ’e n’amic mij». L’antipasto te lo porta Izzo.“Sient che profum e serie A ‘o frat”
Missori: 6
In queste settimane, dallo spogliatoio dell’Avellino provengono strani rumori. Suoni simili a quelli di un flex, martellate e scalpelli che accompagnano le sedute d’allenamento della squadra biancoverde. C’è chi giura che sia in corso la delicata operazione di taratura dei piedini di Filippo: un’équipe di ingegneri starebbe tentando di modificare di qualche grado l’inclinazione del piede al momento del tiro. Bisogna sistemare la mira. A giudicare dal primo tempo, i risultati della ricerca sembrano tutt’altro che incoraggianti. Anzi, il sospetto è che qualcuno abbia montato il piede al contrario. Nell’intervallo, però, l’équipe si chiude negli spogliatoi: flex, martelli, bestemmie tecniche e probabilmente un paio di saldature d’emergenza. Nella ripresa Filippo sembra girare meglio e il palo colpito è il segnale che il lavoro sta cominciando a dare i suoi frutti. Ci siamo quasi. Forse. Il cantiere resta aperto, ma almeno adesso il pallone finisce vicino al bersaglio. To becontinued…
Moruzzi: 6,5
Parte male. Malissimo. Si prende un’ammonizione evitabile e ci fa cominciare a tremare, con quella sensazione familiare di chi ha appena visto accendersi una spia rossa sul cruscotto e sa già che il meccanico gli presenterà un conto salato. Invece Brando si rimette in carreggiata, prende in mano la partita e comincia a sfornare cross e incursioni, trasformandosi in una spina nel fianco sulla fascia. Le azioni più interessanti dell’Avellino passano spesso dai suoi piedi e la sua spinta cresce con il passare dei minuti. Quando c’è da reagire, lui si lancia a bomba contro l’ingiustizia. Casseur!
Palmiero: 6,5
Quando siamo in difficoltà, la prima cosa che facciamo è cercare un punto di riferimento. Qualcuno che si prenda la responsabilità di tirarci fuori dai pasticci: mamma, papà, il fratello, la sorella, l’amico alfa, l’insegnante, il parroco, il sindaco. Noi abbiamo Luca Palmiero. Non sai a chi passare la palla? Non sai come costruire il gioco? Non sai chi possa fermare quello che sta galoppando dalla difesa avversaria fino alla tua area di rigore? Tranquillo: ti giri e Luca è già lì, prima ancora che tu riesca a pronunciare il suo nome. In mezzo a un primo tempo in cui i reparti si allungano come elastici prossimi alla rottura, Palmiero prova a mettere ordine, offrendo sempre una soluzione e lavorando per tenere insieme i pezzi. “Uè… chi siete? Sì, ma che cosa portate? Un fiorino!”
Besaggio: 6
Continua la fase di appannamento. Non riesce a essere determinante come ci aveva abituati nelle settimane migliori e, per lunghi tratti, fatica a lasciare un segno sulla partita. Non è il caso di trasformare qualche prestazione sottotono in una sentenza definitiva: i cicli atletici sono inesorabili e prima o poi il buio lascia spazio alla luce. Anche perché non possiamo pretendere che ogni domenica sia una puntata di Besaggio – Il ritorno del Jedi.
Palumbo: 5
«Sto crescenno nu bello cardillo. Quante cose che l’aggia ’mparà. Adda ire da chisto e da chillo, ’e ’mmasciate po’ m’adda purtà…». Martin, di ambasciate, in questa settimana ne avrà ricevute parecchie. Le voci sul suo futuro, rimbalzate in città con la puntualità di una notifica WhatsApp, sembrano avergli tolto un po’ di serenità. Entra in campo fiacco, appare avulso dal gioco e fatica a trovare il ritmo della partita. L’Avellino comincia a girare meglio proprio quando lui lascia il campo, una coincidenza che non può passare inosservata, anche se sarebbe ingeneroso attribuirgli da solo le difficoltà del primo tempo. Resta però la sensazione di un giocatore che, in questo momento, avrebbe bisogno di ritrovare leggerezza e continuità. Forse è arrivato il momento di far ruotare qualche centrocampista, dando respiro a chi tira la carretta e nuove motivazioni a chi sembra aver perso un po’ di smalto. Orizzonti di gloria.
Cheddira: 5
Che non si sia sbattuto e non abbia lottato sui palloni, questo proprio non si può dire. Si muove, prova a dialogare con il compagno di reparto, cerca spazi e si dà da fare per rendersi utile alla manovra. Il problema è che tutta questa buona volontà produce pochi risultati concreti. Non sfonda, non riesce a incidere e finisce per lasciare la partita senza una giocata capace di cambiare l’inerzia. Una giornata storta può capitare a tutti, anche a chi ha il compito di far salire la squadra e mettere paura alle difese avversarie. L’altra faccia di Superman.
Russo: 5,5
Comincia a farsi largo, anche fuori dal Partenio, la consapevolezza delle qualità del nostro trequartista jazz. E lo si capisce soprattutto dal trattamento che gli riservano gli avversari, appena mette piede in campo. Il Cesena decide di dedicargli un’attenzione particolare. Diciamo pure che gli piazza addosso praticamente l’intero reparto difensivo, con il risultato che per trovare uno spazio libero dovrebbe chiedere una deroga al piano regolatore. Per fermarlo, ormai, manca soltanto lo spray al peperoncino ogni volta che tocca palla. La sensazione è che gli avversari abbiano cominciato a studiarlo sul serio, riconoscendogli un peso specifico crescente nella nostra manovra. Per lui, però, questo significa anche imparare a trovare soluzioni quando gli spazi si chiudono e i marcatori raddoppiano. Il talento c’è, la musica pure. Adesso bisogna capire se il nostro jazzista riuscirà a improvvisare anche quando gli altri gli sequestrano gli strumenti.
I subentrati dell’Avellino
Faticanti: 6,5
Sembra ormai entrato di diritto nelle rotazioni del centrocampo biancoverde. Parte ancora dalla panchina, ma anche stavolta gli viene concessa una mezz’ora abbondante, e lui la sfrutta nel migliore dei modi. Entra nella manovra, contribuisce a dare ordine e ritmo, gioca con personalità e senza sbavature. Non si limita a fare il compitino: cerca il pallone, si propone e prova a dare una mano a una squadra che, nel primo tempo, aveva smarrito parecchi riferimenti. La sensazione è che il ragazzo sia pronto per una chance dal primo minuto. A questo punto, più che una possibilità, potrebbe diventare un esperimento interessante. Il momento giusto?
Di Maggio: 7
Avete presente quando andate a un concerto e vi tocca sorbirvi una serie di gruppi mosci, quelli che applaudite per educazione mentre controllate l’orologio, finché finalmente non sale sul palco una band rock capace di scompigliarvi capelli, idee e apparato uditivo? Ecco, Di Maggio è stato questo. Entra e porta una ventata di dinamismo, energia e garra in un centrocampo che fino a quel momento aveva avuto il ritmo di una riunione condominiale. Corre, aggredisce gli spazi, accompagna l’azione e contribuisce a cambiare faccia alla partita, dando all’Avellino quella scossa che serviva per riequilibrare la gara e provare a vincerla. Non è soltanto questione di corsa: è l’atteggiamento con cui entra, la voglia di incidere, la sensazione che ogni pallone possa diventare un’occasione per combinare qualcosa. Rock will never die.
Favilli: 6
Favilli ha bisogno di mettere minuti nelle gambe e si vede. Il motore gira, ma il cigolio della macchina è ancora piuttosto evidente. Qualche movimento da oliare, qualche ingranaggio da rimettere in funzione, un po’ di ruggine da scrollarsi di dosso. Però qualcosa comincia a muoversi. Nei suoi occhi si intravede quella luce rossa tipica degli attaccanti bionici, quelli che sembrano programmati per tornare a fare il loro mestiere dopo essere passati attraverso qualsiasi genere di guasto. Il percorso è ancora lungo, ma la sensazione è che il sistema stia ripartendo. Io resto qui, in attesa della rinascita. hasta la vista, baby. Terminator.
Sounas: S.V.
Sono in difficoltà, lo ammetto. Credo di non aver mai dato un senza voto al nostro guerriero greco e non avrei mai pensato di doverlo fare. Ma stavolta il minutaggio e i palloni toccati non bastano per esprimere un giudizio sensato. E allora niente voto, con la stessa sofferenza con cui si salta una puntata della propria serie preferita. Il tempo, purtroppo, passa per tutti. Anche per le certezze biancoverdi. Ma non cominciamo a fare bilanci esistenziali: per quelli c’è già il lunedì mattina.
Biasci: S.V.
Ero convinto che l’avrebbe risolta lui. Il gol della vittoria. Magari al novantesimo. Magari in rovesciata. Magari dopo aver attraversato da solo la difesa del Cesena come un prigioniero in fuga da un lager nazista. Biasci nei panni di Pelé, in rallenty, sulle note di Fuga per la vittoria. No, non è andata così. I titoli di coda sono arrivati senza il voto di Tommaso. È colpa mia. Vedo troppi film.
(Foto: Depositphotos)
