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STORIE MONDIALI – L’età dell’oro per la Spagna

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Coppa Del Mondo
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Quattro anni dopo la notte di Berlino che aveva consacrato l’Italia sul tetto del mondo, il calcio internazionale si presenta all’appuntamento sudafricano con una grande domanda: chi raccoglierà l’eredità degli azzurri?

Il Mondiale del 2010 è il primo disputato nel continente africano. Un evento storico che trasforma il Sudafrica nel centro del mondo sportivo per un mese intero. Le vuvuzelas accompagnano ogni partita, gli stadi si colorano di bandiere provenienti da ogni angolo del pianeta e il calcio si prepara ad assistere alla nascita di una nuova leggenda.

Tra le favorite c’è una nazionale che negli anni precedenti ha cambiato il modo di intendere questo sport. La Spagna.

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Per decenni le Furie Rosse erano state considerate una squadra talentuosa ma incapace di vincere nei momenti decisivi.

Una nazionale ricca di campioni che sembrava sempre destinata a fermarsi sul più bello. Tutto cambia nell’estate del 2008, quando la squadra guidata da Luis Aragonés conquista l’Europeo battendo la Germania nella finale di Vienna.

Quel successo rompe una maledizione lunga quarant’anni e apre una nuova era.

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Alla guida della selezione arriva Vicente Del Bosque, uomo pacato e rispettato da tutti, capace di ereditare il lavoro del suo predecessore senza stravolgerlo. Il commissario tecnico costruisce una squadra che rappresenta la sintesi perfetta tra il Barcellona di Guardiola e il Real Madrid dei Galacticos.

La rosa è impressionante.

In porta c’è il capitano Iker Casillas. In difesa Sergio Ramos, Carles Puyol, Gerard Piqué e Joan Capdevila garantiscono qualità ed esperienza. A centrocampo agiscono Sergio Busquets, Xabi Alonso, Xavi Hernández e Andrés Iniesta, probabilmente il reparto più tecnico mai visto in una nazionale. Davanti il peso dell’attacco è affidato a David Villa, già protagonista assoluto di Euro 2008.

Mai come in quel momento la Spagna sembra pronta per conquistare il mondo. Le rivali non mancano.

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Il Brasile di Dunga vuole riportare la coppa a Rio de Janeiro dopo otto anni di attesa. L’Argentina si affida a Diego Armando Maradona in panchina e al talento di Lionel Messi. La Germania presenta una nuova generazione di fenomeni guidata da Thomas Müller, Mesut Özil e Bastian Schweinsteiger. L’Olanda sogna di cancellare definitivamente il ricordo delle finali perdute del 1974 e del 1978.

La Spagna parte da favorita, ma la storia dei Mondiali insegna che il talento da solo non basta. E il destino sembra ricordarglielo immediatamente.

Girone H

L’esordio contro la Svizzera rappresenta uno dei più grandi shock della competizione.

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Gli uomini di Del Bosque monopolizzano il possesso del pallone, attaccano senza sosta e creano occasioni a ripetizione. Ma il calcio, a volte, ama scherzare con chi pretende di controllarlo.

Al 52° minuto Gelson Fernandes approfitta di una mischia in area e porta avanti gli elvetici. La Spagna assedia la porta avversaria fino al triplice fischio ma non riesce a trovare il pareggio.

La favorita del torneo è già con le spalle al muro.

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Le critiche arrivano puntuali. C’è chi sostiene che il tiki-taka sia troppo lento e prevedibile, chi accusa Del Bosque di aver costruito una squadra incapace di concretizzare la propria superiorità.

La risposta arriva sul campo.

Contro l’Honduras David Villa firma una doppietta e rilancia le ambizioni spagnole. Nell’ultima sfida del girone basta una rete ancora del numero sette per superare il Cile e conquistare il primo posto.

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La macchina spagnola si è rimessa in moto.

Ottavi e quarti di finale

Agli ottavi attende il Portogallo di Cristiano Ronaldo.

È una sfida affascinante, una partita che profuma di Liga e rivalità storiche. La Spagna controlla il gioco per lunghi tratti e trova il gol decisivo grazie a David Villa, che batte Eduardo dopo una splendida combinazione con Andrés Iniesta e Xavi.

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L’1-0 basta per approdare ai quarti.

Dall’altra parte c’è il Paraguay, una squadra solida e organizzata che mette in enorme difficoltà le Furie Rosse. È forse la partita più complicata dell’intero torneo.

Nel secondo tempo accade di tutto. Casillas para un rigore a Cardozo. Poco dopo la Spagna ne conquista uno a sua volta, ma Xabi Alonso si vede annullare la trasformazione e sbaglia la ripetizione. La tensione è alle stelle.

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Quando i supplementari sembrano inevitabili, Iniesta inventa una giocata delle sue e serve Pedro. Il tiro colpisce il palo ma David Villa si avventa sul pallone e trova il gol che vale la semifinale. La Spagna continua a vincere. Sempre per 1-0. Sempre soffrendo. Sempre più convinta dei propri mezzi.

Semifinale

A Johannesburg va in scena una delle partite più attese del torneo. Germania-Spagna.

Da una parte la squadra che ha demolito l’Argentina di Maradona con un clamoroso 4-0. Dall’altra la nazionale che vuole dimostrare che il possesso palla può essere un’arma letale quanto il contropiede.

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La Germania arriva con il vento in poppa. Müller, Özil, Klose e Schweinsteiger sembrano inarrestabili. Molti osservatori ritengono i tedeschi favoriti.

Ma quella sera la Spagna gioca probabilmente la sua miglior partita del Mondiale. Xavi e Iniesta monopolizzano il pallone, Busquets spegne ogni iniziativa avversaria e la Germania non riesce mai ad imporre il proprio ritmo.

A decidere il match è un uomo simbolo. Al 73° minuto Xavi batte un calcio d’angolo perfetto. Carles Puyol prende il tempo a tutti e colpisce di testa con una potenza devastante. Il pallone si infila alle spalle di Neuer.

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È il gol della storia. La Spagna raggiunge per la prima volta una finale mondiale. Novanta minuti la separano dall’immortalità.

Un nuovo Mondo: La Spagna

11 luglio 2010, Soccer City Stadium, Johannesburg. Il mondo intero è collegato a una sola partita. Da una parte la Spagna, alla sua prima finale mondiale della storia. Dall’altra l’Olanda, l’eterno incompiuto del calcio internazionale, alla terza occasione per scrivere finalmente il proprio destino.

È una finale che pesa come poche altre. Due filosofie, due storie, due modi opposti di interpretare il calcio. Il possesso totale contro il pragmatismo verticale. La costruzione paziente contro la ferocia delle ripartenze.

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L’atmosfera è elettrica fin dal primo minuto, ma il calcio giocato tarda a prendere il sopravvento. L’Olanda decide di rompere il ritmo, alzare l’intensità fisica, sporcare ogni pallone. La Spagna, fedele a se stessa, continua a tessere la sua trama.

Ne nasce una partita dura, a tratti nervosa, lontana anni luce dalle aspettative estetiche della vigilia.

Le occasioni arrivano col contagocce, ma quando si aprono spazi è la Spagna a sfiorare il vantaggio. David Villa prova più volte a sorprendere Stekelenburg, mentre dall’altra parte Wesley Sneijder e Arjen Robben attendono il momento giusto per colpire.

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Il primo tempo scorre senza reti, ma con una tensione crescente.

Nella ripresa il copione non cambia, anzi si fa ancora più ruvido. L’Olanda alza il livello agonistico e il match si trasforma in una battaglia.

L’episodio simbolo arriva con Nigel de Jong che, in un contrasto destinato a diventare iconico, colpisce Xabi Alonso con un calcio al petto. L’arbitro Howard Webb lascia proseguire. È il segnale di una finale che ha superato da tempo i confini della normale competizione sportiva.

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La Spagna però non perde lucidità. Continua a giocare, continua a credere nel proprio calcio anche quando il tempo sembra scivolare via.

Nel finale dei tempi regolamentari arriva l’occasione che potrebbe cambiare la storia.

Arjen Robben si invola in campo aperto, solo davanti a Iker Casillas. Il mondo trattiene il fiato. Il capitano spagnolo esce con un riflesso istintivo e respinge il tiro con il piede destro. È la parata che tiene in vita un sogno. Si va ai supplementari.

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La stanchezza diventa protagonista assoluta. Le gambe pesano, le idee si fanno più rare, ma la Spagna non smette di cercare il momento perfetto. E quel momento arriva.

Minuto 116.

Andrés Iniesta riceve palla in posizione centrale, controlla, si coordina e calcia. Un tiro preciso, secco, chirurgico. Il pallone si infila alle spalle di Stekelenburg. Per un attimo il tempo si ferma.

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Poi esplode la Spagna.

Iniesta corre, si toglie la maglia, mostra il nome di Dani Jarque sotto la divisa. È un gesto personale, intimo, che in quell’istante diventa universale.

La partita non ha più tempo per cambiare destino.

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Howard Webb fischia la fine.

La Spagna è Campione del Mondo per la prima volta nella sua storia.

Un gruppo costruito sulla perfezione tecnica e sull’ossessione del controllo ha finalmente conquistato ciò che per decenni era sembrato impossibile. Dopo l’Europeo del 2008, arriva il Mondiale del 2010: il completamento di un ciclo leggendario.

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Quando Iker Casillas alza la Coppa al cielo di Johannesburg, non è solo la vittoria di una nazionale. È la consacrazione definitiva di un’idea di calcio che ha cambiato un’epoca.

E in quel momento, per la Spagna, il mondo intero riconosce la nascita di una leggenda.

(Foto DepositPhotos)

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