NUMERO 14 – Cinque stagioni cinque squadre

Focus On Htest Numero 14
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Mancano circa venti minuti alla fine di Italia – Brasile, finale per il terzo posto del Mondiale 1978 in Argentina. Il punteggio è fermo sull’1 a 1 quando Rivelino passa la palla ad un compagno pochi metri fuori dall’area di rigore azzurra. Il numero 11 del Brasile controlla il pallone, se lo aggiusta sul sinistro e poi fa partire un tiro teso ed angolato che non lascia scampo al portiere Zoff. E’ il gol vittoria per i sudamericani e l’autore impareremo a conoscerlo molto bene. In cinque stagioni in Italia Dirceu indosserà la maglia di cinque squadre diverse e sarà conosciuto come lo “zingaro del gol”.

Le origini

Il centrocampista mancino è già un veterano della Coppa del Mondo. Nato a Curitiba il 15 Giugno del 1952, dopo aver militato nella squadra della sua città, viene ingaggiato dal Botafogo nel 1971. Conquista subito una maglia da titolare e si fa notare per la precisione del suo sinistro al fulmicotone, specie sui calci piazzati. Nel 1973 esordisce in Nazionale e l’anno successivo è tra i convocati per il Mondiale in Germania. Il Brasile non disputa un gran torneo ma Dirceu viene apprezzato per tecnica ed inventiva. Nel 1976 passa al Fluminense mentre la stagione seguente indossa la casacca del Vasco de Gama. Dopo l’ottimo torneo disputato in Argentina (terzo miglior giocatore dopo Kempes e Krol) si trasferisce in Messico, nelle file dell’America per poi varcare l’oceano e stabilirsi in Spagna, all’Atletico Madrid. Il suo terzo Mondiale, quello dell’82 lo vede tra i convocati ma non tra i titolari. Dopo la sconfitta del Brasile ad opera dell’Italia Dirceu vuole rimanere, comunque, in Europa. E’ l’inizio della sua avventura italiana.

Prima tappa, Verona

E’ proprietario del suo cartellino, può decidere in autonomia del suo futuro. E’ attratto dall’Italia, l’interesse è ricambiato. La Roma vorrebbe ingaggiarlo ma non ci siamo con i tempi. Il mercato ormai è chiuso, è consentito l’acquisto solo da parte di una società neopromossa nella massima serie. Dirceu, quindi, si propone al Verona con l’intesa che, dopo un anno, sarà libero di trasferirsi nella capitale. L’allenatore degli scaligeri, Osvaldo Bagnoli, inizialmente non è molto soddisfatto del suo nuovo acquisto. Ritiene di avere in mano una squadra solida e, nel ruolo di trequartista, confida molto nel capitano Guidolin, leader del gruppo. Il brasiliano non se la prende a male. Estroverso ed entusiasta com’è non ci mette molto a conquistarsi le simpatie dei compagni. Il tecnico abbozza, prende atto della sua professionalità e riesce, alla fine, a trovargli un posto in formazione. Il suo primo campionato in Italia è eccellente: il Verona conquista un sorprendente quarto posto e la finale di Coppa Italia, lui contribuisce con 42 presenze complessive e 5 reti.

Seconda tappa, Napoli

E’ sicuramente un debutto positivo ma la Roma non è più interessata a lui. Il Verona, nonostante l’ottimo rendimento, non gli rinnova il contratto. Dirceu si affida ad Antonio Caliendo come procuratore, la sua missione è trovargli una squadra di livello. L’esperto manager non si fa pregare: una rapida trattativa e il giocatore sbarca a Napoli. L’allenatore Marchesi stravede per il suo gioco e il pubblico è in visibilio. Lui ripaga alla sua maniera: maglia numero 10 sulle spalle, posizione di regista avanzato in campo, sinistro vellutato al servizio dei compagni, gol e assist in produzione seriale. A fine torneo sono 35 le presenze, condite da 6 reti. La conferma in maglia azzurra per il campionato successivo sarebbe scontata se non ci si mettesse di mezzo il Destino. Il Napoli riesce ad ingaggiare Diego Armando Maradona, il miglior “dieci” in circolazione. La maglia e il ruolo di Dirceu gli vengono appaltati di diritto. Ormai il riccioluto brasiliano è di troppo.

Terza tappa, Ascoli

Il club partenopeo gli riconosce una congrua liquidazione come risarcimento per l’inaspettata separazione. Dirceu vorrebbe rimanere per giocare con Maradona ma è proprio quest’ultimo ad insistere per la sua cessione. Alla fine, dopo mesi di trattative, il brasiliano accetta di tornare in provincia e si accorda con l’Ascoli. La squadra marchigiana non è sicuramente il massimo per uno con le sue ambizioni ma, alla fine, è sempre la sua travolgente carica di vitalità ad avere la meglio su tutto. Si cala alla perfezione nel nuovo ambiente, lega molto con l’allenatore Boskov, si fa amici tutti i compagni e regala pezzi di bravura sul campo. La squadra non riesce a salvarsi  ma il suo dovere lo fa comunque: 27 presenze e 5 reti. Da segnalare un gol su punizione da trenta metri per uno spettacolare pareggio contro la Juventus.

Quarta tappa, Como

Nuovo campionato, nuova squadra. Questa volta Dirceu sale al nord e sceglie come residenza il lago di Como. La squadra lariana ha un avvio di stagione tormentato, è costretta a cambiare allenatore. Rino Marchesi, lo stesso che lo aveva voluto al Napoli, è il prescelto. Gli affida le chiavi del centrocampo assieme alla fascia di capitano, con il beneplacito dei compagni. E’ la svolta: salvezza conquistata con largo anticipo, un lusinghiero nono posto finale e la conquista della finale di Coppa Italia dopo aver eliminato nei quarti addirittura la Juventus. Il ruolino del brasiliano è, come sempre, pregevole: 31 presenze complessive e 5 gol.

Quinta tappa, Avellino

Anche nel campionato 1986-87 Dirceu non smentisce la sua fama di nomade e torna al Sud per vestire la maglia verde dell’Avellino. L’atmosfera, allo stadio “Partenio” è quella che fa per lui, calda ed avvolgente. Esattamente quello che ci vuole per esaltare il suo favoloso sinistro. Dirceu indossa la sua canonica maglia con il numero dieci, imposta il gioco come sa fare e, spesso, trova la via della rete con i suoi missili a lunga gittata. E’ la sua ultima stagione in Serie A, la migliore della sua carriera. I dati enumerano 6 gol spalmati su 23 presenze. Ma quello che i numeri non possono raccontare è la straripante personalità del brasiliano, capace di stazionare in piazze cosi diverse tra loro restando sempre uguale a sé stesso. Una storia come la sua avrebbe meritato un epilogo diverso da quello che è stato, quel tragico incidente automobilistico in cui ha trovato la morte a soli 43 anni. Rimane uno stadio, ad Eboli, intitolato a lui e il ricordo del suo estro sul campo.

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