Ancelotti trasforma l’acqua in vino, il Real in finale con due talenti….classe 2001

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Lo chiamavano in tutti i modi: il primo dei perdenti perché arrivò due volte secondo con la Juventus, raccomandato di Sacchi perché suo pupillo, allenatore bollito perché non aveva mai vinto niente. Prima del 2004. Millemila anni dopo queste ardite sentenze: da tecnico è l’unico ad aver steso sul proprio stendino 5 scudetti nei 5 principali campionati europei, conquistato più finali di Champions League di tutti (5), superando Lippi, Ferguson e Klopp (4). Insomma Carlo Ancelotti è il tecnico italiano che, attualmente, vanta il palmares più ricco di trofei vinti alla guida di squadre di club. Chi lo buttava giù dal trono ieri, sale sul carro del vincitore oggi. Chi lo esaltava ieri, demolisce il calcio italiano oggi, reo di esserselo lasciato sfuggire troppo presto esiliandolo ai tornei di altre nazioni. Sono i verdetti liquidi, quelli passati dal bar sport di ieri ai social di oggi, quelli che cambiano da un giorno all’altro, se non proprio al roteare della lancetta dei 60 minuti. Liquidi anche come la versatilità che ha Carletto di cambiare pelle tattica, a seconda del contesto calcistico che muta e anche di quello territoriale. Pensiamo a come s’è adattato molto bene al calcio inglese e a quello tedesco, francese e spagnolo. Oppure pensiamo a come s’è adattato negli anni in A, passando dal sacchismo puro allo zidaneismo geniale assoluto, infine all’albero di Natale del Milan, che tantissime gioie ha regalato.

LA CRITICA PIU’ FEROCE. La massima critica che gli piove addosso da più parti, ancora oggi, è quella di aver vinto grazie alla gestione ordinaria di fuoriclasse che ti possono fare la differenza in qualsiasi momento della gara. Artisti a cui lascia, come in pochi, libertà di essere sé stessi in campo, estroversi e creativi. Critica questa che, però, qualche buco nella trama narrativa ce l’ha, visto che nella Juventus, nel Napoli e nell’Everton non aveva trovato certo dei brocchi. Forse non dei campioni già o tutti vincenti, ma di certo i Van Der Sar, i Ciro Ferrara, i Conte, i Del Piero, gli Zidane, i Davids, gli Hamsik, i Koulibaly e i Mertens non erano dei rami secchi. Eppure, in quel momento, non riuscì ad accompagnarli alla vittoria, anzi nelle prime due squadre i rapporti si sono proprio logorati fino a scoppiare. Se è vero che gli allenatori si dividono in due categorie, quelli che vincono e gli altri, va altrettanto ricordato che anche sir Carletto ha fatto parte della seconda categoria, e non è certo un marziano. E forse piace al popolo proprio perché non viene dalla luna, ma è un gran signore che, a differenza di molti altri, non se la tira (e potrebbe farlo), una persona ricca di umanità e normalità che si emoziona, ama, s’incazza, s’appassiona, piange senza nascondere quello che è e che sente. Un conoscitore del calcio come pochi, un mediatore dello spogliatoio impareggiabile nell’ascolto e nelle relazioni, un preparatore dei match non maniacale ma preciso ed essenziale

GIOVANE SAMBA BRASILIANA. Ma sul Real in finale di Champions quest’anno, e beh, c’avremmo scommesso ben poco. Quello che però non si potrà mai imputare ad Ancelotti è di non avere coraggio nel crescere e coccolare i giovani talenti, nell’audacia del tentare, dell’osare le scelte al momento giusto. E’ una delle specialità della casa. Prendiamo Vinicius e Rodrygo, per esempio, acquistati entrambi minorenni da Perez. Talenti naturali e fantasiosi, ma ancora acerbi, all’inizio faticano molto a trovare spazio alla corte di Zidane. E d’altronde il Real è stato sempre farcito di campioni, facile non è emergere a meno che non sei un Superman del pallone con il fisico di Acquaman, l’astuzia di Batman e la velocità di Flash. Appena molte delle stelle si sono un poco eclissate, chi per infortunio, chi per cattiva condizione, chi perché a quei ritmi non mantiene più stabilmente come una volta, ecco che “avanti un altro”, la loro occasione è arrivata. E hanno ripagato della fiducia di Ancelotti, e del lavoro di crescita fatto, sia in Liga, sia in Champions. Vinicius è devastante in velocità. Rodrygo, non sempre schierato nella sua posizione naturale, è tecnicamente decisivo per assist e movimenti determinanti già da un paio di anni (con i suoi 3 gol dalla panchina ha consentito ai blancos di eliminare Chelsea e City). Finale di Champions per loro, il top a 21 anni. Ora, non saranno spagnoli, ma è comunque, come mentalità, la valorizzazione di un talento che, per sbocciare, deve anche avere dello spazio. E hai detto niente. E’ un po’ la differenza che passa tra i dati di fatto oggettivi e le opinioni. Ogni riferimento alle società italiane, che di talenti nostrani giovani ne hanno da vendere (e infatti invece di lanciarli li vendono o mandano in prestito oppure li tengono in tribuna, salvo poi vederli sfiorire in squadre di categoria inferiore rispetto alle loro potenzialità), è puramente voluto. Per trasformare l’acqua in vino bisogna anzitutto crederci che l’impossibile possa diventare possibile. E, parafrasando la celebre espressione di Alfieri, il “credo, fortissimamente credetti” fa proprio parte dell’Ancelotti-pensiero.

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