NUMERO 14 – L’uomo dai cento volti

Focus On Numero 14
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Tempo di lettura: 7 minuti

Bordighera, riviera ligure, primavera 1957. Da qualche giorno la cittadina ha un insolito residente. E’ basso di statura e ha lo sguardo triste e disilluso.

Lo accompagnano moglie e figlia. Si stabiliscono in un modesto appartamento in centro. Nessuno sa chi siano, nessuno sa da dove vengano.

Il forestiero fa presto ad integrarsi, apprezza il clima mite e la buona cucina del posto, è di animo gentile e ha modi garbati.

Il suo biglietto da visita è una incredibile maestria con il pallone, il suo sinistro dispensa tocchi vellutati per la gioia dei bambini che amano vederlo palleggiare.

Viene riconosciuto, è stato un campione: ha sfiorato il titolo mondiale con l’Ungheria, solo una caviglia fracassata gli ha impedito di alzare la Coppa Rimet.

Ferenc Puskas era il capitano di quel fantastico gruppo di calciatori che si meritò l’appellativo di “Aranycsapat”, la Squadra d’oro.

E poi era venuta l’invasione sovietica del 1956: i panzer dell’Armata Rossa avevano represso nel sangue la voglia d’indipendenza della sua terra e lui, in tournee all’estero con i suoi compagni di squadra della Honved, aveva preferito non tornare in patria.

E’ una strada di sola andata, il prezzo da pagare alla libertà è altissimo: Puskas  fa parte del club dell’esercito e la militanza nelle sue fila include anche la carriera militare che l’ha portato ad essere Colonnello.

La fuga lo bolla come disertore: i suoi gradi vengono strappati e gli viene inflitta una squalifica di due anni. A 29 anni il suo percorso di calciatore sembra finito.

Ma la sua vicenda, cosi piena di giravolte e mutazioni, non è ancora al crepuscolo.

Se volge lo sguardo all’indietro, ai giorni felici della sua infanzia, rivede se stesso impegnato in interminabili partite di strada, quando ancora il suo nome era Ferenc Purczeld, appena prima che suo padre, svevo di etnia tedesca, decidesse saggiamente di mutarlo in un più convincente cognome magiaro in ossequio alla politica di assimilazione culturale imposta dalle autorità di Budapest.

E’ la prima metamorfosi della sua vita, ne seguiranno molte altre.

Ad esempio, tale è la sua voglia di giocare che non può aspettare di compiere 13 anni, età minima per poter essere tesserato ufficialmente dal Kispest, la squadra del suo quartiere, e quindi adotta lo pseudonimo di Miklos Kovacs per fingersi più grande ed eludere le norme. Alla fine viene tesserato e debutta in prima divisione a soli 16 anni.

E’ il membro più piccolo del gruppo ma il suo sinistro è già decisivo per le sorti degli incontri e, quindi, da simpatica mascotte passa subito al ruolo di leader in campo anche se conserva l’affettuoso soprannome di “Ocsi”, fratellino, affibbiatogli dai ben più navigati compagni di squadra.

Nel frattempo il Kispest viene rilevato del Ministero della Difesa, l’Esercito ambisce ad avere una sua squadra per farne la miglior compagine del paese e tutti i suoi calciatori vengono inquadrati nei ranghi militari.

Il club viene ribattezzato Honved (“Soldato”) e Puskas scala le gerarchie militari fino al grado di maggiore mentre in campo mantiene l’invidiabile primato di un gol a partita.

Non manca anche il debutto nella nazionale, a 18 anni appena compiuti e bagnato ovviamente con una segnatura.

In campo dovrebbe ricoprire il ruolo di mezzala sinistra ma la sapienza tattica del ct Sebes costruisce attorno al suo talento una squadra di inarrivabile bellezza: coperto alle spalle dall’inesauribile mediano Bozsik e ispirato dalla sagacia del centravanti arretrato Hidegkuti, in coppia con l’altra mezzala Kocsis  costituisce un attacco formidabile che porta la nazionale ungherese ai vertici del calcio europeo e mondiale.

I magiari vincono, dando spettacolo, le Olimpiadi di Helsinki del 1952 e la Coppa Internazionale del 1953 e si presentano ai Mondiali del 1954 in Svizzera da grandi favoriti per il trionfo finale.

En passant, si erano permessi di dare una lezione ai maestri inglesi a domicilio, nello stadio Wembley di Londra, con un secco 6 a 3 per poi bastonarli ancora con il rotondo risultato di 7 a 1 nella rivincita giocata a Budapest.

Anche in terra elvetica partono fortissimo: nelle prime due partite segnano la bellezza di 17 gol, regolando, rispettivamente, la Corea con uno scarto di nove reti a zero per ripetersi con un rotondo otto a tre alla Germania Ovest.

Ma l’ultima vittoria costa cara: un difensore tedesco, dopo averlo tallonato per tutta la partita, riesce infine nel suo intento e gli distrugge la caviglia sinistra con un intervento  più da killer che da giocatore di calcio.

L’infortunio subito gli impedisce di essere in campo nei successivi due incontri che i suoi compagni vincono comunque, imponendo un secco 4 a 2 al Brasile e superando in semifinale i campioni uscenti dell’Uruguay ai supplementari con identico punteggio.

Il biglietto per la finale di Berna è stato staccato e Puskas vuole essere della partita a tutti i costi, caviglia a posto o meno.

Quel giorno è regolarmente al suo posto in formazione  e firma il gol del vantaggio magiaro dopo appena sei minuti, subito imitato da Kocsis per il 2 a 0.

Qualsiasi altra nazionale, di fronte a una simile prova di forza, sarebbe annichilita ma non i tedeschi: rialzano subito la testa e riescono a dimezzare lo svantaggio dopo pochi minuti per poi agguantare il pareggio alla mezz’ora di gioco.

Pubblico in visibilio, dopo le stupende esibizioni con le due squadre sudamericane i magiari in campo sono ancora garanzia di virtuosismi ed emozioni.

Puskas e soci non rinunciano al sogno di diventare campioni del mondo e premono sugli avversari, le occasioni da gol fioccano ma la rete tedesca rimane inviolata.

Passa il tempo e la caviglia malandata si fa sentire: Puskas ormai è a margini della partita, si limita a vagare zoppicando per il campo.

I tedeschi hanno ancora energie in corpo e riescono a segnare il gol del vantaggio.

Ormai il sogno sta per svanire e neanche Puskas riesce ad impedirlo, segna anche il gol del pareggio ma gli viene annullato per un millimetrico fuorigioco.

La vittoria è dei tedeschi, all’Ungheria rimane la platonica soddisfazione di aver mostrato il gioco più bello mai visto in un Mondiale.

Quella partita segna anche l’unica sconfitta della Squadra d’oro dal 1950 e sarà cosi fino allo scoppio della rivoluzione ungherese, il tragico evento che costringe Puskas a non rientrare più nel suo paese, perdendo tutto quello che aveva.

L’ormai ex Colonnello, prima di essere bollato come traditore, fa in tempo anche ad assurgere al ruolo di martire della rivoluzione, dato che si diffonde la voce di una sua eroica morte in combattimento a fianco degli indipendentisti.

In realtà il mutante Puskas era già fuggito a Vienna, da dove si trasferirà a Milano, dove lo raggiungeranno i suoi familiari per poi stabilirsi definitivamente in riviera.

E’ il luogo dove avviene la sua ennesima trasformazione, stavolta anche fisica: non può giocare, non può neanche allenarsi e il suo palato fa in fretta ad abituarsi alle delizie gastronomiche del posto con un inevitabile aumento del peso fino a che la bilancia fa registrare venti chili in più.

Per un atleta è una autentica follia: lasciarsi andare in quel modo e deformare cosi il proprio corpo è un atto che sfiora l’autolesionismo, la definitiva pietra tombale sulla propria carriera agonistica.

Eppure negli occhi dei dirigenti dei vari club italiani è rimasta impressa l’immagine del campione che era stato fino ad un anno prima e le offerte non gli mancano: Juventus, Milan ed Inter si fanno avanti con proposte di ingaggio che però non vanno a buon fine anche per il timore di inimicarsi l’Uefa.

Alla fine a spuntarla è il Real Madrid che scommette sul suo pieno recupero fisico e lo ingaggia nell’estate del 1958 per fare coppia con il suo leader Alfredo Di Stefano.

L’imprevedibile Puskas non smentisce la sua fama di mutaforma: in pochi mesi recupera il suo peso ideale e si presenta al debutto con la maglia bianca del Real in piena efficienza fisica e mentale.

Ormai ha smaltito le delusioni del recente passato e il suo sinistro riprende a disegnare meraviglie in campo e a castigare i portieri avversari: alla fine della prima stagione in Spagna risulta appaiato a Di Stefano nella classifica marcatori ma la sua furbizia gli consiglia di fornire un delizioso assist al suo partner d’attacco nell’ultima partita di campionato.

Per Di Stefano è il titolo di capocannoniere, per Puskas significa avere la stima imperitura del celebre compagno, assieme alla conquista del titolo di campione.

E’ solo il primo di una serie di trionfi che avranno fine solo nel 1966, con la vittoria della sua ultima Coppa dei Campioni.

Appese le scarpette al chiodo Puskas sceglie la carriera di allenatore e la sua natura di giramondo lo porta ad allenare nei luoghi più disparati (Canada, Arabia Saudita, Australia) con il picco raggiunto come tecnico della squadra greca del Panathinaikos, condotta fino alla finale di Coppa dei Campioni del 1971 persa contro l’Ajax di Cruyff.

Dopo una parentesi come allenatore della sua amata Ungheria nel 1993, Puskas aveva dovuto arrendersi, negli ultimi anni della sua vita, all’unico avversario in grado di sconfiggerlo: il morbo di Alzheimer aveva progressivamente spento gli innumerevoli ricordi dell’uomo dai cento volti.

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