L’Italia bocciata in Europa spera negli Europei

Editoriale Prima Pagina
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C’era una volta il campionato più bello del mondo. Eravamo a cavallo tra gli anni ’80 e i ’90 e in serie A giocavano i migliori calciatori del pianeta: Maradona, Zico, Platini, Van Basten, Matthaus, Boniek, solo per citarne alcuni.

Partiamo da qui per commentare il disastro del calcio italiano nelle coppe europee. In realtà parlare di disastro è forse un po’ eccessivo, ma il fatto che soltanto la Roma sia rimasta in corsa testimonia meglio di qualsiasi considerazione il momento attuale del nostro calcio. Perché se è vero che di autentico fallimento si può parlare soltanto per Juventus e Inter, è fuori dubbio che negli ultimi 10 anni siamo talmente abituati alle figuracce, che ormai non ci facciamo più caso.

Nei quarti di finale di Champions League sono rimaste tre squadre inglesi (Liverpool, Manchester City e Chelsea), due tedesche (Bayern Monaco e Borussia Dortmund), una spagnola (Real Madrid), una portoghese (Porto) e una francese (Paris Saint Germain). Fuori alla fase a gironi l’Inter, eliminate agli ottavi Juventus, Lazio e Atalanta.

Il caso più clamoroso è quello della squadra di Antonio Conte, grande favorita per lo scudetto: è arrivata ultima nel proprio girone, con una sola vittoria e senza riuscire a segnare neppure un gol in due partite allo Shakhtar, che di reti ne ha incassate dieci dal Borussia Monchengladbach e 5 dalla Roma in Europa League. E’ probabile che questa doppia eliminazione abbia spianato ai nerazzurri la strada verso la vittoria in campionato, ma un grande club come l’Inter non può fare figure come queste. Del resto ci sarà un motivo se Conte è bravissimo a vincere le maratone (leggi Serie A e Premier League), ma appare inadeguato nelle gare di velocità. Anche a causa di scelte cervellotiche, come quella della stagione 2013/14, quando il tecnico pugliese gettò letteralmente alle ortiche la possibilità di vincere l’Europa League (la cui finale era in programma allo Juventus Stadium) facendo turn over nella semifinale di ritorno in casa con il Benfica, per inseguire il record dei 102 punti in un campionato già abbondantemente in cassaforte. Fu quella follia la prima causa dell’allontanamento tra il presidente Andrea Agnelli e Antonio Conte.

Anche la Juventus di oggi è costretta a leccarsi le ferite: come lo scorso anno col Lione, il suo cammino in Champions League si è interrotto negli ottavi di finale. Fuori per mano del Porto in una doppia sfida in cui il grande assente è stato proprio il Re della Champions Cristiano Ronaldo, incapace di segnare un gol ai suoi connazionali.

Hanno invece poco da recriminare Lazio e Atalanta, che hanno fatto davvero il massimo. La squadra di Simone Inzaghi ha superato imbattuta la fase a gironi nel momento peggiore della stagione, con molti giocatori chiave fermati dal Covid. Poi ha dovuto arrendersi alla corazzata Bayern Monaco, ma uscendo comunque a testa alta.

Discorso analogo per l’Atalanta, che è sopravvissuta a un girone difficile, andando a vincere ad Anfield col Liverpool ed eliminando l’Ajax. Disco rosso poi negli ottavi col grande Real Madrid, com’era prevedibile.

In Europa League ci è rimasta soltanto la Roma, che nei quarti affronterà l’Ajax dopo aver dominato il proprio girone ed eliminato con grande autorevolezza lo Shakhtar.

E’ andata peggio al Milan, fatto fuori dal Manchester United, forse la grande favorita per la vittoria finale. Ai rossoneri non sono bastati né il pareggio dell’Old Trafford né l’eccellente primo tempo di San Siro. Fatali la serie incredibile di infortuni che hanno decimato la squadra di Pioli e un’evidente stanchezza dopo un anno vissuto sempre con l’acceleratore a tavoletta.

Il Napoli aveva salutato la compagnia addirittura nel turno precedente, eliminato da un Granada tutt’altro che trascendentale.

E allora torniamo all’inizio: se questi sono i risultati, qual è lo stato di salute del calcio italiano nell’anno degli Europei? Decisamente non molto buono. I motivi? Tentiamo un’analisi puntuale.

Tanto per cominciare, il livello del nostro campionato è sceso parecchio: ormai siamo chiaramente alle spalle della Premier League, della Liga Spagnola e della Bundesliga, più o meno alla pari con la Ligue 1 francese.

La Serie A, come ha spiegato perfettamente Fabio Capello, è diventata un campionato poco allenanante, i ritmi sono troppo bassi, l’intensità modesta, si corre poco, prevale il tatticismo. Pensiamo di essere forti, esaltiamo giocatori come fossero dei campioni, poi, appena mettiamo il naso fuori dai confini, ci prendono a schiaffi. Cuadrado, Kulusevski, Luis Alberto, Milinkovic-Savic, Ilicic, Zapata, Muriel, solo per citarne alcuni, sono sembrati improvvisamente dei calciatori “normali” di fronte ad avversari aggressivi e che andavano al doppio della loro velocità.

Una volta da noi arrivavano fuoriclasse nel pieno della carriera, oggi applaudiamo campioni sul viale del tramonto che ancora fanno la differenza. Ibrahimovic, Cristiano Ronaldo, Ribery, Dzeko non potrebbero essere altrettanto decisivi in Premier League, in Bundesliga o nella Liga spagnola.

Lì hanno il coraggio di lanciare i giovani e di non bruciarli al primo errore. Da noi è considerato giovane Federico Chiesa, che ha quasi 24 anni.

Come ha sottolineato Mario Sconcerti, la dittatura della Juventus, che ha vinto gli ultimi nove scudetti, ha portato ad abbattere gli investimenti per accontentarsi di arrivare quarti e incassare i soldi della Champions League. Ma così la competitività è crollata.

La Serie A a 20 squadre è un’eresia, ma nessuno vuole portarla a 18, perché quattro giornate in meno significherebbero meno soldi dalle televisioni. Del resto i nostri illuminati presidenti sono quelli che hanno riversato il fiume di soldi piovuto dal cielo delle tv a pagamento non per migliorare le strutture costruendo gli stadi di proprietà, ma per arricchire i conti in banca di calciatori, allenatori, procuratori e magari direttori sportivi compiacenti.

Un autentico capolavoro di autolesionismo.

Sono anche gli stessi presidenti che, con la complicità di una Lega Calcio debole, hanno combinato pasticci vergognosi con i tamponi, le partite rinviate e riprogrammate a capocchia cercando di danneggiare l’avversario nella corsa alla Champions League.

Sono gli stessi presidenti che litigano da mesi sull’assegnazione dei diritti tv del prossimo triennio, ciascuno pensando di fregare il collega o comunque di privilegiare il proprio orticello.

E sono gli stessi presidenti che hanno imbottito le squadre e i settori giovanili di stranieri, impoverendo sempre più la nostra base.

In questo splendido panorama non c’è da meravigliarsi che la Serie A sia diventata un campionato di retroguardia. Se guardiamo alle ultime convocazioni della Nazionale, troviamo nomi che qualche anno fa non avrebbero mai neppure pensato di indossare una maglia azzurra.

Il rischio, non voglio dire la certezza perché spero sinceramente di sbagliarmi, è che tutto questo si ripercuota anche sulla Nazionale, che Roberto Mancini ha faticosamente ricostruito dalle ceneri del fallimento della gestione Ventura. Il CT ha fatto un lavoro straordinario, andando contro corrente, dando fiducia ai giovani, convocando uno come Zaniolo prima ancora che debuttasse in Serie A.

Mancini ha saputo ricreare un senso di appartenenza che si era perduto, facendo rinascere l’entusiasmo attorno alla maglia azzurra.

L’Italia ha superato alla grande il girone di qualificazione agli Europei, giocando anche un calcio piacevole e propositivo. Ma ora viene il difficile, perché affronteremo avversari di ben altro livello rispetto a quelli battuti nel girone. Il confronto con Francia, Spagna, Germania, Belgio, Inghilterra ci dirà fino a che punto siamo competitivi, ci dirà se Immobile, Barella, Chiesa, Insigne saranno all’altezza dei grandi del calcio europeo.

C’è da augurarsi che l’Italia possa lottare, come sostiene Mancini, per il titolo. Ma se le cose dovessero andare male, per favore non gettiamo la croce addosso al Commissario Tecnico e ai giocatori, che sono davvero gli ultimi responsabili di questa situazione. Cerchiamo di ricordarcelo.

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