ROSSETTO E CAMPIONATO – Conte ma non troppo

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Quando le persone vengono a sapere che sono un’assidua spettatrice, anzi telespettatrice, delle quotidiane vicissitudini che da almeno vent’anni Uomini e Donne manda in onda ogni benedetto pomeriggio che il Signore ci regala, molti nasi si storcono raggiungendo angoli impensabili per la cartilagine umana.

Come se fosse un peccato non espiabile nemmeno attraverso il cammino di Santiago o l’indulgenza plenaria. La comunità cosiddetta intellettualmente onesta non trova socialmente accettabile che una persona mediamente istruita possa trarre piacere dalla visione di liti e dissapori tra avvenenti signore e distinti gentiluomini.

Accomodati su poltrone in velluto rosso, moderati dall’indiscussa regina della Televisione nazionale, e da un parterre di rodatissimi opinionisti pronti a valutare, e se necessario svalutare, tragicommedie in fascia pomeridiana.

Ma forse il problema è l’orario. Perché ultimamente, di profondi drammi psicologici in prime time se ne vedono non pochi, e anche questi scaturiscono da difficili relazioni mai decollate, seppur profondamente desiderate, a detta dei più. E allora il nostro tronista per questa giornata è Antonio Conte, allenatore dell’Internazionale di Milano, che ormai di internazionale ha solamente la denominazione.

L’Inter, mettiamola così che sembra andar meglio, torna da una malconcia avventura europea conclusasi con l’ultimo posto nel proprio girone, dietro a Real Madrid, Borussia Monchengladbach e Shaktar Donetsk. Tolta la prima per ovvi motivi, nonostante l’ormai sentitissima assenza del bianconero Cristiano, sulla carta l’Inter si sarebbe come minimo dovuta qualificare per i sedicesimi di finale di Europa League.

Realtà dei fatti: ultima giornata, pareggio a reti bianche contro lo Shaktar, l’Inter viene malamente sbattuta fuori dal calcio europeo che conta.

“Game Over”, recitava una coreografia della curva interista di qualche Derby d’Italia fa: quel pensiero tanto gentile quanto assolutamente vero nei confronti dei bianconeri, rei di non riuscir mai a concretizzare le proprie cavalcate europee, sembra ritorcersi contro gli stessi interisti da ben più di due anni.

C’era una volta Max Allegri, che indicava un pallone durante una delle sue mille conferenze stampa, e ricordava i volti emaciati dei suoi giocatori nel dover affrontare il Malmö. Chissà se anche ai giocatori dell’Inter tremavano le gambe contro lo Shaktar.

Chissà se tremavano a Eriksen.

Forse no, forse sapeva di poter starsene comodamente seduto in panchina per ben ottantacinque minuti, sapeva che gli sarebbero stati concessi unicamente cinque minuti per provare a raddrizzare una serata che più storta non si può. Ma cosa può quest’uomo solo contro il potere imposto da un allenatore che più tronista non si può?

Perché signori miei, semmai siate a digiuno di nozioni mariane, sappiate che molto spesso tra i corteggiatori alcuni vengono semplicemente cassati dopo poche parole, molto spesso dopo aver solo detto il proprio nome.

È così, è la dura verità come diceva il titolo di un film con Gerard Butler, uno di quelli che la sottoscritta non lascerebbe mai andare via.

Più o meno come farei con Christian Eriksen. Arrivato sui tappeti rossi e giustamente accolto in maniera particolarmente positiva dalla stampa, ma senza alcun tipo di opportunità di lasciare che il suo valore, dimostrato e stra-dimostrato, potesse esplodere anche nel campionato di casa nostra. Nulla, Antonio Conte ha occhi per altri, ma soprattutto sembra non aver rispetto.

Per Eriksen, per una tifoseria che lo ha accolto come il salvatore delle sorti nerazzurre ormai assolutamente dimenticate da almeno dieci anni, per la stampa, che mette in campo un aplomb assoluto nel doversi difendere da una serie di beffardi attacchi alla propria professionalità.

Perché l’attacco l’ha subito chi era in studio a cercare di fare il proprio mestiere, non di certo Conte, dall’altro lato del microfono. Che dai tempi dei dieci euro da spendere nel ristorante bianconero, sembra non aver appreso la sottile arte del saper affrontare le sconfitte, dell’autocritica, che in realtà dovremmo imparare tutti noi.

Spesso e volentieri, il problema è che il trono risulta essere troppo comodo. Ma nessuno dovrebbe mai sentirsi al sicuro, che da tronisti a corteggiatori è un attimo, che quando Maria decide che ne ha avuto abbastanza dei tuoi drammi, stai pur certo che gli studi Elios di Via Tiburtina li vedrai solo su Google Maps. Stesso trattamento zona Continassa, magari funziona così anche per la Pinetina.