ROSSETTO E CAMPIONATO– Lasciarsi un giorno a Roma

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È come se non potessimo giustificarli, i calciatori. Come se i milioni fossero un cuscino abbastanza morbido, ed in effetti lo sono, su cui loro, pacchi postali con i nomi scritti sulla schiena, possono cadere in tranquillità, senza paura di aprirsi, di rovinarsi, di farsi del male.

Ma forse tocca dar retta a quella scritta “Fragile”. Forse dovremmo imparare a ridimensionare quell’invincibilità, dare il giusto peso alla persona, prima ancora che al calciatore, a colui il quale ha venduto i suoi servizi, perché di servizi si tratta, ad un presidente e alla sua società.

Impossibile non pensare a Gonzalo Higuain. Impossibile non lasciarsi sopraffare dalla sua parentesi così anonima con la maglia del Milan, dopo esser stato scaricato dalla Vecchia Signora, che accoglieva tra le sue fila nientedimeno che Cristiano Ronaldo. Higuain non fece mancare, al suo arrivo a Milanello, le parole rivolte alla tifoseria Juventina, che tanto lo avevano amato. Un amore dimostrato ancora una volta quando Madama ha deciso che sarebbe stato bello poter provare il tridente pesante tra le mani di Maurizio Sarri.

Vinta l’Europa League insieme, Gonzalo e il tecnico di Figline Valdarno prendono un biglietto di sola andata per Torino. E per un solo anno. Gonzalo forse non ha più le motivazioni, ed è proprio qui che una storia non ha più il diritto di esistere, nonostante il bene che ci si è voluti. L’argentino adesso sgambetta a Miami, all’Inter versione East Coast. Ti lascio perché ti amo troppo? Può essere, di sicuro ti ho amato. Ed è sempre meglio aver amato e perso, che non aver amato mai. È Alfred Tennyson a dirlo, non di certo la sottoscritta.

Ci sono invece dei rapporti che hanno semplicemente il dovere di esistere, perché è così che deve andare. Lo sa bene Alvaro Morata, fresco di presentazione torinese. Lui che fece vedere il meglio del suo calcio da compagno di squadra di Andrea Pirlo, deve essere davvero divertente ritrovarlo da allenatore. Una parentesi doppiamente madrilena, sponda Real e sponda Atletico, il suo sogno da bambino, con intermezzo inglese al Chelsea. Ma poi succede che il mercato sia strano, per questioni burocratiche e legali di cui non starò qui a tediarvi: sono pressoché certa che le competenze di tutti noi in materia di cittadinanza, conoscenza dell’italico idioma nonché diritto penale e amministrativo abbiano subito un’impennata negli ultimi giorni. Roba che potremmo prendere a morsi la carriera legale. Battuta infelice, lo so.

Insomma, non sapremo mai se Alvaro sia stato una seconda, o anche terza scelta. Probabilmente sì, probabilmente non è nemmeno chi avremmo voluto vedere accanto a Cristiano, pronto a vedersi scodellati quanti più palloni possibile da qualcuno che lavorasse per lui, che in tal senso non sarebbe potuto essere nemmeno Suarez, che comunque non ha ancora terminato di sciacquare i panni in Arno. Ma se c’è uno che ha messo d’accordo un’intera tifoseria a livello affettivo, questo è proprio Alvaro Morata. Arrivato all’ombra della Mole da ragazzino, ci torna da uomo. Con due figli ed un terzo in arrivo, con un bagaglio di esperienze non indifferente. Time will tell.

A Napoli ne sanno qualcosa in tema di addii difficili. Forse è stato proprio il distacco da Higuain a provocare questa strana tendenza alle difficoltà nelle separazioni. Le abbiamo viste recentemente le immagini di un Kalidou Koulibaly pensieroso, in allenamento con il corpo ma non con la mente, ormai lontana verso chissà quali lidi. Non deve essere facile per KK sentirsi anche di troppo, dopo aver vissuto anni da salvatore della Patria: impossibile dimenticare il suo goal allo Juventus Stadium, vera manna dal cielo per le entrate per diversi tatuatori. Manchester City, PSG, eppure Kalidou è ancora ad allenarsi a Castelvolturno. Lo chiamano stallo nella trattativa, e chi siamo noi per non crederci?

Ma la vetta della meraviglia è toccata da Arkadiusz Milik, che vive ormai da mesi in una condizione da separato in casa, probabilmente dormirà sul divano. Non c’è più neppure un tifoso azzurro che provi le farfalle nello stomaco alla vista del polacco di Tychy in campo, in molti lamentano bruciore e acidità. Saranno gli effetti collaterali delle storie trascinate, si sa che lo stomaco ed il cuore si parlano. Eppure Arek non riesce ancora ad andar via, ancorato com’è alle logiche di un mercato che lo avrebbe voluto alla Roma, primo tassello di un viennesissimo valzer che avrebbe portato Dzeko alla corte di Mister Pirlo.

Ma ancora, Arek è sempre lì. Stesso leggasi per Edin Dzeko, per il quale la Juventus ha provato e straprovato a far valere le sue ragioni, ma che ad un certo punto ha chiuso baracca e burattini e ha trovato il suo numero nove nel centravanti dell’Atleti.

Dzeko era pronto, la valigia sul letto, mentre Milik procedeva con le visite mediche in una clinica svizzera. Poi però alla Roma non potevano più andar bene le condizioni di vendita di Arek, toccava leggere anche le scritte piccole, si sa che è lì che ti fregano. Edin riapre la valigia, dopo una partita vissuta dalla panchina, lasciando la Roma senza centravanti, perché del resto ti sta per prendere la Juve. Disfa i bagagli, ripone la maglietta bianconera e rimette quella giallorossa, torna a Trigoria, non pensare più alla Continassa.

I tifosi tirano giustamente un sospiro di sollievo, Fienga è contento, è felice che Dzeko resti a fare il capitano della Roma. Ma qualcuno ha chiesto a Dzeko cosa avrebbe voluto fare Edin?

“Cerca un modo per difenderti, una ragione per pensare a te.”

 

(foto: profilo Twitter Dzeko)

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