CINQUE PUNTO NAPOLI – La grande festa

Focus On Rilievo
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I sogni son desideri di felicità… queste le parole di uno storico cartone animato Disney, parole celeberrime che in tempo di covid fanno bene al cuore.

Oggi, pensando al calcio, meglio parlare di sogni e dar spazio ai ricordi, considerando il lockdown del pallone e la triste possibilità di una ripresa senz’anima. Della chiusura se n’è ampiamente parlato qui il primo articolo e considerando la foschia all’orizzonte che non lascia presagire nulla di buono, chiudiamo gli occhi e beiamoci dei ricordi.

La festa della mamma

Oggi dieci maggio è una data importante. La seconda domenica del mese dedicato alla Madonna, si festeggiano le mamme. La festa della mamma è una di quelle feste da onorare, una di quelle ricorrenze che pure quando la mamma ti guarda da lassù, puoi tenere pure cento anni ma continui a celebrarla come se l’avessi stretta a te. Difficile pensare a questa festa senza onori, la mamma, la seconda domenica di maggio va festeggiata, va fatto sempre in ogni circostanza, senza se e senza ma.

Ma che rapporto c’è tra il calcio e la festa della mamma? Forse, per la maggior parte delle persone nessuno, non per me, tifoso con il DNA intriso di azzurro. Me la ricordo quella festa della mamma, la ricordo come fosse ora, chi se la scorda più. Quella domenica di trentatré anni fa, era il dieci maggio del 1987 ed è stata probabilmente la festa più bella della storia. Quella domenica, come tutte le domeniche in cui il Napoli giocava a Fuorigrotta, ero pronto per andare. Certo l’orario non era quello tradizionale. Appuntamento con gli amici alle 09.00 del mattino, cosa da far strabuzzare gli occhi, considerato che il fischio d’inizio era previsto per le 15.00.

Domenica 10 maggio 1987

Mamma lo sapeva, tra l’altro mi aveva cresciuto, con il supporto di papà, a pane e pallone, e pure quella volta, nonostante fosse la sua festa, mi lasciò andare. Fui benedetto da lei, mi abbracciò forte, le solite raccomandazioni, un affettuoso “ca Maronna t’accumpagne” e soprattutto un “facite cose bbone”.

Così fù. I ricordi, sebbene siano vecchi di trentatré lunghi anni, non sono stati sbiaditi dal tempo, tutt’altro, sono più nitidi delle immagini che il web e le videoteche solitamente trasmettono. Facciamo un passetto indietro. Il sabato sera, con il gruppo storico di amici, ci riunimmo, eravamo formalmente in ritiro. Quel sabato sera non si uscì, non c’era la voglia di andare a divertirsi come un sabato qualunque. La tensione era palpabile, l’appuntamento troppo importante per permettersi svaghi, manco se in campo fossimo dovuti scendere noi. La notte trascorse quasi del tutto insonne, l’attesa era spasmodica, le farfalle allo stomaco e la consapevolezza che qualcosa di unico, irripetibile, si stava per vivere.

I preparativi

Arrivammo al San Paolo prima ancora di quanto avessimo preventivato. Uno stato d’animo misto di ansia ed eccitazione. Entrammo presto, alle 10.00 eravamo già in postazione. Noi nella “B”, altri amici in Curva A. Ci demmo un gran da fare per la preparazione delle coreografie. Era la nostra giornata, la nostra festa, la festa di tutto il popolo partenopeo. Portammo su un enorme bandierone di qualche migliaio di metri quadrati, su e giù per i gradoni di travertino, scalati a ripetizione dal basso fin su al ballatoio, posto nel punto più alto del settore dal quale si godeva di una vista unica, tutta la zona flegrea davanti ai nostri occhi, bella, soleggiata e tinta d’azzurro.

Sulla balaustra fu piazzato un lungo striscione che recitava “La storia ha voluto una data: 10-05-1987”, quella data che da allora, è scolpita nella memoria di tutti i tifosi. Una data ed emozioni forti, uniche che si sono tramandate di padre in figlio fino alle nuove generazioni, fino ad oggi, per sempre.

La marea azzurra

Lo stadio pian piano iniziò a riempirsi fino ad assumere le sembianze di una marea azzurra. C’era gente ovunque, ognuno con la consapevolezza che quel giorno avrebbe dovuto apportare il proprio contributo prima di festeggiare. Al San Paolo c’era la Fiorentina da affrontare. L’Inter, staccata di tre punti in classifica, ospite dell’Atalanta, e due gare ancora da disputare. Il traguardo era vicino come non mai ma non era ancora fatta. Bisognava lottare con i denti per far si che quella giornata rimanesse negli annali. Era ancora vivo negli occhi di molti il Napoli di Marchesi che perse maledettamente lo scudetto nel 1981. Fu detto in quella circostanza: “lo scudetto è un mare che non bagnerà mai Napoli”.

L’inizio della gara

Ebbene, arrivarono le 15.00, con non poche difficoltà, le squadre ed il direttore di gara, il signor Pairetto, conquistarono il campo. Sul terreno di gioco c’era una ressa indicibile. Addetti ai lavori e un numero spropositato di giornalisti e fotoreporter, d’altronde il momento era unico. Nei sessantuno anni di storia, per la prima volta, il Napoli era lì, ad un passo dal paradiso.

La gara iniziò, sugli spalti gremiti. Molti erano più attenti ad ascoltare con le radioline le notizie che giungevano da Bergamo, piuttosto che seguire la partita sul campo. Dopo mezz’ora dal fischio d’inizio, al 29’ precisamente, la svolta. Maradona, sulla mediana, servì Carnevale sulla corsa, uno scambio d’alta scuola con Giordano e il sette azzurro la mise alle spalle dell’estremo difensore viola. Un boato scosse l’intero quartiere flegreo, fragore che si ripetè ancora più potente se mai fosse stato possibile a distanza di  cinque minuti quando la voce del radiocronista da Bergamo annunciava il vantaggio dei nerazzurri di casa. Le emozioni, tutte concentrate in pochi istanti, proseguirono. Un brivido percorse la schiena dei tifosi ammassati sulle gradinate quanto un giovanissimo Roberto Baggio, su calcio piazzato, la mise alle spalle di Garella. Il tempo si chiuse in parità ma, grazie al vantaggio bergamasco, la matematica consegnava il tricolore agli azzurri. I secondi quarantacinque minuti non modificarono i risultati delle due gare ed al triplice fischio di Pairetto, alle ore 17.47, iniziò il visibilio.

La festa

Il Napoli era nell’olimpo del calcio, lo era per la prima volta nella storia. In tutta la città partì spontanea la festa. In tutti i quartieri, nessuno escluso, centinaia di migliaia di persone si riversarono per le strade. Canti, balli, fuochi d’artificio e tutto ciò che contraddistingue il folklore partenopeo. Una grande unica festa, dal mare alle colline del Vomero e Posillipo, proseguì senza sosta fino al mattino successivo.

Qualcosa d’irripetibile, tutte le mamme di Napoli ebbero una grande festa. La città stessa si vide festeggiata. In fondo si sa, Napoli è anche un po’ mamma e a testimoniarlo fu lo stesso Maradona che, con i compagni di squadra, regalò per l’occasione,  la canzone “La favola più bella“. Il 10 più azzurro, arrivato a Napoli tre anni prima, cantava: Son venuto da lontano qui è casa mia, già ti conoscevo Napoli, seconda mamma mia. Grazie di chiamarmi figlio adesso che ti sto vicino grazie per tutto il bene che mi vuoi”.

Ecco questa è la storia, la storia unica, sola e irripetibile del primo tricolore azzurro. Oggi, la speranza è che, prima o poi, il famoso striscione che campeggiò in città con la scritta “Scusate il ritardo” venga presto affiancato da un “Ricomincio da tre“, parafrasando i film del geniale Massimo Troisi, grande tifoso partenopeo, per far vivere ai vecchi e nuovi tifosi quella grande festa che tutta Napoli meriterebbe ancora.

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