CORNER CAFE’ – Tamponi di Serie A e tamponi di Serie B

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La corsia preferenziale c’è stata e c’è, inutile negarlo. I tamponi a tutto spiano che ogni società ha somministrato ai propri calciatori e dipendenti ne sono l’esempio lampante. Una legge non scritta tutta italiana, dove pecunia non olet, anzi: chi ne ha, è definitivamente favorito.

E’ per questo che le parole di Paolo Maldini, che sportivo vero è, stonano un po’ di fronte alla situazione del paese. Paradossalmente, la genuinità di tali affermazioni cozza con la situazione attuale del paese, con una sanità nazionale in ginocchio, in asfissia per l’enorme quantità di casi; una sanità dove i tamponi stessi scarseggiano, e non vengono sottoposti a chi ne avrebbe più bisogno: malati, certo, ma anche medici e infermieri, personale sanitario a stretto contatto con l’incubo pandemico del CoViD-19.

E’ in questo contesto che prendono forma i fiumi di sangue di Mumoli, il primario di Magenta che parla di discriminazione, un j’accuse contro vip e calciatori, rei dell’essere dei principi Giovanni nella Sherwood robinhoodiana: privilegiati, oligarchi in un mondo piegato dalle avversità.

Urla, e forte, l’esempio della dottoressa infetta a cui è stato negato il tampone, raccontato proprio da Mumoli. “Se si deve scegliere tra un calciatore e un medico non ci sono dubbi e ci sentiamo condannati a sparire sotto quella mascherina che indossiamo ogni giorno con grande fierezza”: chiude così l’intervista al Corriere, l’espressione massima del quadro dipinto da un lugubre artista.

Di certo non è corretto passare da un opposto all’altro, chiudere ai calciatori e ai vip ed aprire solamente agli operatori: si rischia di cadere, così, nel becero populismo. Ma in media stat virtus, e sarebbe corretto fare l’uno e l’altro. Del resto, tutti gli uomini sono uguali, anche nel momento in cui ciascuno pensa di essere almeno più intelligente dell’altro.