IN CONTROPIEDE – Milik, scarpa(ro) d’oro

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Il termine dialettale scarparo, tipico del territorio campano, significa calzolaio. In realtà, però, l’accezione partenopea si riferisce fondamentalmente a qualcuno incapace di fare ciò che fa.

Nell’ambiente calcistico, sono soliti utilizzare questo appellativo quei tifosi che non apprezzano le gesta di un giocatore.

Piccola premessa d’obbligo. Quando vi ritroverete dinanzi ad un pezzo della rubrica IN CONTROPIEDE, cari miei lettori, non capirete mai se si parte dalla verità per riderne o se si stravolge volutamente il senso del tutto per costruire nuove ipotesi. Del resto, si sa: non esistono verità assolute e noi, men che mai, intendiamo offrirne.

Ma torniamo a ciò da cui eravamo partiti. Perché ogni tanto è anche giusto raccontare le cose come sono davvero. E oggi siamo qui a parlare di lui: Arkadiusz Milik.

MILIK SCARPA(RO) D’ORO

Molti elogiano le grandi abilità di Arek che, per carità, di tecnica ne ha da vendere. Ma anche il cugino di Alfonsino, che gioca nel parco accanto, tecnicamente è formidabile. Il problema sta nel fatto che un attaccante – e chi lo nega cambiasse mestiere – ha come preciso compito quello di segnare o, quantomeno, di cercare di farlo. Soprattutto se parliamo di Serie A e non della partita pomeridiana al campetto.

Certo è che se un attaccante, oltre a fare ciò che gli spetta, ossia segnare, riesce anche a fare da sponda e creare spazi, allora è giusto definirlo pure fenomeno.

Il problema di Milik, più che nel non segnare, sta nella sua costanza. Spesso le persone, per difenderlo, parlano del famoso rapporto “goal per minutaggio”. A tal proposito, va ricordato che anche Edu Vargas ha segnato una tripletta, riducendo così il proprio minutaggio. Ma questo così… per dire.

Un vero attaccante, dunque, ha bisogno di costanza nei suoi goal. Ci può anche stare che un bomber per un paio di partite non segni; ma quando poi le gare disputate diventano quattro, cinque o addirittura sei, allora lì la questione si fa più problematica. Soprattutto se poi questo incide sul rendimento di tutta la squadra che, in genere, da un guizzo o da una giocata inaspettata dell’attaccante riesce a cambiare il corso di una gara. E soprattutto se il centravanti si rende protagonista attivo di incursioni nell’area avversaria, di corpo a corpo coi difensori opposti, di contrasti e pressing.

QUESTIONE DI… “CAZZIMMA”

Fa oltremodo sorridere, poi, chi afferma che Arkadiusz non sia un “nove” a tutto tondo. Gli stessi che, però, poi vantano i suoi tanti goal segnati in Eredivisie. Ma allora, spiegatemi una cosa: Milik è o non è un nove?

Il mio parere è che Milik lo sia. Milik, di fatto, è un nove. Più lento, sicuramente. Del resto, ce ne sono tanti di nove lenti quanto lui. Ma questi, però, segnano.

Ciò che manca davvero al polacco è la cattiveria sotto porta, quella che i partenopei definirebbero, ad hoc, cazzimma. E ciò potrebbe essere dettato probabilmente dalla sua condizione fisica precaria: la paura di un ulteriore infortunio sicuramente influisce sul suo rendimento. Ma resta il fatto che, troppe volte, chi guarda la partita si ritrova a non apprezzare le sue tranquille passeggiate nei prati verdi che lo vedono protagonista più di una seduta di rilassamento che di un combattimento per ottenere punti e vittorie, magari segnando. Ma questo è un optional, a quanto pare, per il nostro.

Per concludere, e rifacendoci al titolo del pezzo, dunque, possiamo dire che il 99 del Napoli è un attaccante mediocre? O possiamo anche dire che è abbastanza scarso? Possiamo attribuirgli, honoris causa, il titolo di scarpa(ro) d’oro?

Ci spiace urtare la sensibilità di alcuni ma, signori cari, siamo qui per ragionare, in tendenza ed in controtendenza. Anche perché, altrimenti, vogliamo dire tutti le stesse cose?

Non si tratta di avercela col povero Arkadio (o Armadio, fate voi), ma semplicemente magari di riflettere sulla possibilità di trovare un “due volte 9” più prolifico.

Bisognerebbe forse vedere il polacco in un ambiente diverso. Che per cominciare non sarebbe male. E a chi poi dirà: “Lo scorso anno ne ha fatti diciassette”, la risposta pare ovvia. Quei diciassette avrebbe potuto dilazionarli in più partite. Perché tre goal in una partita non sono utili, soprattutto se poi, nelle altre gare, ti mostri un attaccante sterile.

Secondo i dettami di IN CONTROPIEDE, ad oggi, Milik non può definirsi un attaccante forte. E probabilmente non lo sarà mai. Ma molti hanno solo paura di ammetterlo.

In ogni caso, ci ritroviamo la prossima settimana. Mi raccomando: vi aspetto con una nuova verità da demolire o ipotesi da costruire. Perché, in fondo, non saprete mai cosa penso davvero.