ÇA VA SANS DIRE – A proposito di Derby

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Got on so well that you would believe that they were old firm friends.

 

Autunno del 1977.

Sabato mattina. Lo stomaco di Patrick è in subbuglio, appena sveglio. Papà Jack ha dato il permesso, a sedici anni sei quasi uomo. Infila i jeans a zampa –let it be– e mette su la maglia della sera prima. Con le ragazze migliorerà pure l’igiene. Azzanna il pane tostato, manda giù il latte in un sol sorso. Bacia mamma Paula, controlla che in tasca ci sia il biglietto e prende la porta. Sull’uscio incrocia Jack, il capofamiglia: stracciato dal turno di notte al cantiere giù a Govan, non ha la forza nemmeno di dirgli St’attento, allo stadio. Patrick è già in strada, la sua prima volta alla partita da solo. A passo svelto verso Gallowgate, saluta Mr. Doyle del negozio di batterie: supera il rigattiere, raggiunge il mercato Barras. Un tizio vende sigarette nascoste sotto la giacca: lo scruta, lo annusa, passa appresso. Lo stadio non è distante, nell’aria s’addensa il fumo. Qualcuno urla, in tanti corrono. Patrick non si gira, tira dritto e svolta l’angolo. Dalla siepe, volano bottiglie e mattoni: è un agguato, maledetti Gers. Patrick ora ha paura: si volta, arriva la polizia a cavallo. Il fumo è più denso, le urla più sorde. Un istante, il buio: la faccia sul marciapiede, una pozza di sangue che si allarga. Poi più nulla. Un grosso sasso gli ha sfondato la tempia. Non tornerà più a casa.

Ma perché?

 

2 gennaio 1998, Celtic Park, Glasgow.

Un buontempone venuto su dall’Inghilterra finge di scaldarsi sotto i tifosi del Celtic. Giammai completamente sobrio, gioca coi Rangers: all’anagrafe, Paul Gascoigne. Sogghigna, si gira verso gli spalti e fa come suonasse il flauto. Da quel giorno, l’IRA porrà sul suo capo la condanna a morte, e non gli sarà più consentito di girare per Glasgow: non senza la scorta armata, almeno.

Ma perché?

 

Indignatevi pure,  un perché c’è sempre.

 

Drogheda, 12 luglio 1690.

La Verde Irlanda, le Rive del Boyne: anse alberate, morbide e sinuose, dove il tempo è stato sempre antico. La Povera Gente dell’Irlanda Cattolica sta tutta sulla riva di destra. Londra li ha spogliati d’ogni terra, d’ogni diritto, del culto dei padri. Di fronte a loro, la coalizione protestante di Guglielmo III d’Orange. La locale accozzaglia, nutrita e folta, si illuse della libertà. Affamata dai soprusi, s’era ribellata e battuta per tutta l’Irlanda, arrampicandosi sul nemico fino alle contee settentrionali. La battaglia del Boyne rappresentò la fine delle loro speranze.

Persero, e persero male. Guglielmo III d’Orange si assicurò il dominio sull’Isola e fu proclamato re d’Inghilterra e d’Irlanda. Da allora, King Billy è il simbolo degli orangisti e dei protestanti anglosassoni tutti: l’eroe senza tempo ha sancito il loro predominio, che dura nei secoli.

Il 12 luglio d’ogni anno bande orangiste celebrano la vittoria di Boyne, sfilando per le strade di Glasgow: vanno suonando il flauto, gettando il sale sulle ferite mai sanate dei Cattolici.

Dalla metà dell’800 l’Irlanda ha vomitato proprio a Glasgow migliaia dei propri figli, ancora in cerca della Fortuna da quel luglio del 1690. Nel 1887, nella chiesa di Saint Mary, i figli cattolici d’Irlanda fondano una squadra di calcio cogli antenati nel nome ed il trifoglio sul petto.

Nei cantieri navali di Govan esplode la guerra etnica, cogli immigrati cattolici sfavoriti nella distribuzione dei posti di lavoro e delle case popolari. I Celtic diventano l’emblema del riscatto sociale cattolico, paladini della classe povera cui non era permesso nemmeno sognare. Quasi per dispetto, l’élite conservatrice scozzese, protestante ed unionista, si sceglie i Rangers: appropriazione cui il club non si sottrasse affatto, non tesserando giocatori cattolici fino agli anni ’90.

Dal primo Old Firm, A. D. 1888, ogni volta è come ritrovarsi sulle rive del Boyne. Gli oscuri meandri di una città eternamente divisa tra lotte religiose, politiche e sociali si sublimano in novanta maledetti minuti.

Se nasci a Glasgow, sei costretto a scegliere da che parte stare: non una decisione di scarso momento. Se vieni dai salotti buoni, sei per forza protestante e borghese, e farai il tifo per i Gers. Se vivi nel ghetto, sei degli Hoops, punto e basta.

Non basterebbe un libro a raccontare gli scontri sul campo. Non basterebbe una biblioteca per tutto ciò che si è vissuto fuori, in città, nei giorni del match. Un necrologio. Se nel resto del mondo la violenza negli stadi è una scazzottata, si giochi ad Ibrox o a Celtic Park ad ogni Old Firm la mattina esci di casa senza sapere se vi farai ritorno. Solo negli Anni Novanta sono almeno otto gli omicidi da collegare al derby di Glasgow, tanto che qualcuno, in Parlamento, ha paventato l’idea di bandirne la disputa.

Proposta respinta. Figuriamoci.

È uno scontro fra due culture che, essendosi scannate così tante volte, non ce la fanno a non odiarsi. Ed il fiume d’odio trova lo sbocco naturale sugli spalti, sempre.

Nel 1981, Bobby Sands inizia in carcere lo sciopero della fame. Combatte l’ottusità della Thatcher, sorda alla disperazione nordirlandese, muore in sessantasei giorni. Il suo volto troneggia nei vessilli a Celtic Park, il suo nome riecheggia ad Ibrox. Would you like to try a cheeseburger Bobby Sands?

Le organizzazioni paramilitari unioniste dell’Ulster si sono nutrite per anni dei Rangers: Johnny Mad Dog Adair, per dire, è notoriamente tifoso light blues. Quando gioca il Celtic, del resto, non è infrequente che si inneggi all’IRA.

Dopo centinaia di morti, migliaia di feriti e milioni di arresti, nel 2012 è stato introdotto lo Offensive Behaviourat Football and Threatenig Comunications Act: in due parole, feroce repressione. Niente più Billy Boys e The Famine Songs da una parte, niente più IRA ed Ibrox Disaster Song dall’altra. Finisci in galera e ci resti parecchio. Gli stessi calciatori delle due squadre vengono, mettiamola così, dissuasi dalla forze di polizia. Che nessuno si azzardi a lasciarsi andare ad esultanze esagerate, pena la carcerazione per istigazione alla violenza. Gli arresti sono diminuiti, e da un po’ non si contano morti in strada. Le due fazioni non hanno smesso di detestarsi.

Qualcuno ha paragonato l’Old Firm al jazz: se ti chiedi cosa significhi, non lo capirai mai. La verità, l’unica verità possibile è che l’odio, a Glasgow, non avrà mai fine. Proprio come l’Old Firm.