ISTANTANEE DEL 2019 – Megan Rapinoe

Focus On Prima Pagina
Condividi
Tempo di lettura: 4 minuti

La fine dell’anno è tempo di bilanci, positivi e negativi. Si tracciano le somme e si individuano le immagini più rappresentative dei dodici mesi trascorsi, nel bene e nel male. Calcisticamente parlando, due tra le fotografie più emblematiche di questo 2019 riguardano la stessa protagonista: Megan Rapinoe.

La centrocampista statunitense, dopo esser risultata determinante nella vittoria degli USA ai Mondiali di calcio femminile 2019, ha infatti vinto il Pallone d’oro 2019, battendo Lucy Bronze e Alex Morgan.

Al di là degli aspetti puramente tecnici, la figura di Megan Rapinoe ha consentito di interrogarsi e di aprire a temi sociali importanti, scalfendo alcune certezze radicate su luoghi comuni ormai noti ed anacronistici. Il calcio femminile, anche grazie all’impatto di un personaggio come lei, ha funto da riflettore per focalizzare l’attenzione su tematiche impegnative e “scomode” quali omosessualità, politica e differenze di genere.

Rispetto agli uomini, saranno state anche più lente e meno brillanti le donne sul campo di calcio ma di certo non sono state noiose, considerato tutto ciò che hanno smosso a livello di opinione pubblica. Sono state capaci, infatti, di attivare processi e di attuare “provocazioni”, obbligando il pubblico a soffermarsi su valori persi nel calcio maschile a causa del business.

Calcio femminile e tematiche sociali

Megan, premiata come capocannoniere e miglior giocatrice dei Mondiali, ha toccato diversi tasti dolenti: si è schierata nettamente contro Trump, in occasione di un evento pubblico prima dei quarti di finale, dichiarando: “Se vinciamo, non vado alla Casa Bianca“. Si è rifiutata di cantare l’inno nazionale in segno di protesta contro le politiche trumpiane in tema di immigrazione e nei confronti delle minoranze. Ed ha affermato inoltre, in termini certamente provocatori, che ci sarebbe bisogno di un omosessuale, in una squadra, per poter vincere. Lei, omosessuale e dichiarata dal 2012, ribadisce:

Perché in ogni squadra, maschile o femminile che sia, ci sono omosessuali. E se non escono allo scoperto è per la paura di essere discriminati. Io voglio battermi contro le discriminazioni. 

E lo fa, lo fa davvero. Non si limita alle sole provocazioni iniziali. Ed a Trump dice:

Il tuo messaggio esclude le persone. Tu escludi le persone che somigliano a me.

Ed aggiunge:

Il Presidente ha un’enorme responsabilità come capo di questo Paese: quella di prendersi cura di ogni singola persona. E devo farlo meglio per tutti.

In occasione della finale, Megan si assume la responsabilità, da capitano sul campo, di tirare il rigore. E segna. E vince, con la sua squadra, la Coppa del mondo di calcio femminile; la quarta Coppa del Mondo (su 8 edizioni), con la vittoria per 2-0 sui Paesi Bassi.

Rientra in America e decide di disertare la consacrazione officiata da Trump nella sede della Casa Bianca. Trump che, alterato dai suoi comportamenti, aveva precedentemente twittato: “Sono un grande appassionato di calcio femminile e della squadra americana ma Megan dovrebbe vincere prima di parlare. Finisci il lavoro!“. Trump che l’aveva criticata proprio per la provocazione di non aver cantato l’inno. Forse anche in considerazione del fatto che, in passato, Megan si era inginocchiata durante l’inno stesso, in segno di solidarietà con Colin Kaepernick, giocatore di football americano, che aveva scelto quel gesto per protestare contro le violenze della Polizia nei confronti degli afroamericani.

Megan e le battaglie civili: una protesta che cammina

Megan è stata sempre attiva, come tutte le sue compagne di squadra, nella battaglia per la parità di genere e per i diritti LGBT, che certamente non rappresentano temi fondanti della politica presidenziale attuale. É stata sempre impegnata nelle battaglie civili, tanto da autodefinirsi “una protesta che cammina“. Adesso l’impegno della squadra è concentrato sulla battaglia “equal pay” tra calciatori e calciatrici.

A luglio, la città di New York ha festeggiato le vincitrici del Mondiale con una parata celebrativa, la “ticker tape parade“, durante la quale Megan ha tenuto un discorso toccante ed intenso:

Questo nostro gruppo è così resiliente, è così tosto. Abbiamo capelli rosa e viola, abbiamo tatuaggi e dreadloks, abbiamo ragazze bianche e nere, e tutto quello che c’è in mezzo. Abbiamo ragazze etero e ragazze gay. Sono assolutamente onorata di guidare questa squadra. Ci sono state così tante polemiche in questi giorni: ne sono stata vittima e ne sono stata anche autrice. Mi scuso per alcune cose che ho detto, non per tutte. É tempo di portare il discorso ad un altro livello. Dobbiamo collaborare tutti. Questo è il mio appello: fate quello che potete. Uscite dal vostro guscio, siate migliori, siate più grandi di ciò che siete mai stati prima. Dobbiamo essere migliori; amare di più ed odiare di meno; ascoltare di più e parlare di meno. Dobbiamo capire che è responsabilità di tutti. Certo, noi facciamo sport. Siamo atlete donne ma siamo anche molto di più di questo. Siete tutti molto di più di questo. Dobbiamo rendere il mondo un posto migliore.

Io non posso insegnare niente a nessuno“, sosteneva Socrate, “Io posso solo farli pensare“. E Megan ha fatto proprio questo.

La valenza educativa del calcio 

In un momento storico come il presente, lo sport può e deve contribuire a dare lezioni di civiltà, inclusione e rispetto. É necessario che siano attivati alcuni processi culturali per evitare masse incapaci di soggettività. E per superare i pregiudizi, occorre “costruire” un’azione educativa.

Non dobbiamo permettere alle percezioni limitate degli altri di definire chi siamo.

E Megan lo sottolinea con le sue parole, quando si concentra sulle differenze fra loro, compagne di squadra, e su alcune “definizioni”, utili prevalentemente a chi ha necessità di appagare quel bisogno di inquadrare ciò che non comprende o che risulta diverso da sé. Ma poi, con un abile passaggio, cambia il livello della comunicazione, mostrando tutta la sua profondità. Perché c’è un tempo per provocare e per attirare l’attenzione mediatica e c’è un tempo per riflettere e far riflettere. Non necessariamente per convincere.

 

Troppi si soffermano sugli aspetti prettamente calcistici ma lo sport è molto altro. Il calcio serve alla gente perchè è un potente distrattore, fa divertire e fa emozionare. E le emozioni sono indispensabili per vivere.

Il calcio è parte della cultura e non può prescindere da questo sport la lotta ad ogni forma di discriminazione.

E allora, per questo 2020, teniamo ben presente che “quando perdiamo il diritto di essere differenti, perdiamo il privilegio di essere liberi“.