LEVA CALCISTICA ’68 – Reo Confesso

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Ebbene sì, confesso.

A distanza di quasi trent’anni, confesso. Quella sera ero lì, presente.

So di poter arrecare dispiacere o anche disgusto in qualcuno di voi. Mai avrei voluto succedesse quello cui avrei assistito quella sera.

Ma fu il Fato forse? Lui sì che sa essere crudele e bastardo. E ci volle mettere alla prova. Eh sì, deve essere andata così.

D’altronde, la mia città poteva mai sprecare l’ennesima (turpe) occasione di diventare bersaglio facile per gli “opinion makers” nazionali?

Forse era proprio questo il motivo, non lo so, ma ripeto: confesso!

Il 3 luglio 1990, semifinale mondiale Italia-Argentina. Il mio cuore non mi diede scelta: era tutto per l’extraterrestre venuto dal Sudamerica. Tifai per l’Argentina.

E spero non crediate a chi afferma che il sostegno fu tutto per una parte piuttosto che per l’altra. Quella sera la città era praticamente spaccata in due e si percepiva un clima alquanto surreale.

Ed era tutto lì, nell’umido catino di Fuorigrotta, perimetrato dalle due consapevolezze. L’una che esultava e gonfiava il petto d’amore e d’orgoglio per ogni singolo passo dell’extraterrestre; l’altra che valutava razionalmente la possibile finale di Roma per gli azzurri.

Sarà perché la Nazionale ha giocato raramente a Napoli o perché lo Stato non ci ha mai voluto veramente bene (e non è vittimismo ma realtà) o molto più semplicemente perché prima di essere italiano sono “napoletano” e, in quanto tale, “puzzo di lava, tufo e amore”, – chiedo venia – ma quella sera ero Gaucho e, sebbene avessi solo ventidue anni, le “bolas” già mi giravano parecchio.

Il match fu combattuto, molto. Il folletto palermitano, al secolo Toto’ Schillaci, mise più volte in apprensione la retroguardia albiceleste. Attraversava un periodo di grande forma psico-fisica e, nel primo tempo, approfittò di una respinta del portiere per portare in vantaggio l’Italia meritatamente. Gli azzurri continuarono a macinare gioco anche nel secondo tempo, dopo aver subito la rete del pareggio ad opera di Caniggia, complice un’avventata uscita di Zenga.

L’espulsione di un difensore argentino triplicò gli sforzi degli azzurri, anche perché era chiaro, a quel punto, che i sudamericani, mettendo in campo la solita garra ed esperienza, puntavano ad arrivare indenni a fine match per giocarsela tutta ai calci di rigore. Il loro portiere, Goychoechea, era stato uno dei principali artefici del cammino dell’Argentina. In una nazionale mediocre, che poteva contare solo su una gamba di Diego, una discreta organizzazione di gioco e poco più, il buon Sergio era l’eroe soprattutto dei quarti dove, guarda caso, ai rigori aveva stoppato dagli undici metri le ambizioni di un’ottima Jugoslavia.

La storia si ripeteva sotto il mio naso. L’anello inferiore della curva B ospitava me e i miei temporanei compagni di mate e altre sostanze non meglio identificate, delle pampas, eredi dei Mapuche, dai tratti marcatamente indios. All’errore di Donadoni dal dischetto si accesero tanti bengala e dopo qualche altro minuto, alla parata di Sergio su Aldo Serena, fu il delirio. I ricordi miei e i contorni dei volti dei miei compagni iniziarono a sbiadire.

L’Argentina era in finale a Roma e, probabilmente, per la legge del contrappasso, qualche giorno dopo, all’Olimpico subì una rapina a volto scoperto da qualcuno che, forse, non la voleva di nuovo campione del mondo dopo il trionfo dell’Azteca di quattro anni prima.