ANGOLO DEL TIFOSO NAPOLI – Napule è… qualcosa che può andar storto e… lo farà!

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Come quando non sei neppure a Natale, ma già sogni che arrivino i mesi estivi.

E non c’entra il meteo, il mare o… chissà cos’altro.

“Finché sarai fortunato, conterai molti amici. Se ci saranno nubi, sarai solo”.        (Ovidio)

Caro Napoli, questa è per te.

Quest’anno in campionato è tutto molto simile a quell’adagio che dice che “se qualcosa può andar storta… lo farà”. 

E nessuno pare poter andare esente da colpe.

Perché se il collettivo non pare organizzato è certamente colpa dell’allenatore.

Se la squadra in campo non mostra carattere ed è svogliata, la colpa è senza dubbio dei calciatori.

Se non si pone subito rimedio e non si è stati sinora capaci di gestire fasi delicate, la colpa è senza appelli della società.

La Champions nasconde, talvolta, per vari motivi, i vizi genetici d’una squadra che, in questa stagione, paiono più che evidenti:

  • non abbiamo un centrocampo. E’ questo il più grande difetto di tutti. Quando gioca Allan la foga del brasiliano è capace di nascondere (o a volte solo limitare) evidenti pecche in fase di contrasto, impostazione rapida e costruzione;
  • Koulibaly è un fantasma. Se abbiamo deciso di venderlo, dobbiamo sperare che chi vuole comprarlo non veda nessuna tra le partite di quest’anno. Ha sulla coscienza i due gol del Bologna e, prima del secondo, andava finanche espulso, a parer mio;
  • la squadra era abituata, quando non costruiva a centrocampo, ad impostare dalla difesa. Albiol era in questo un fuoriclasse e accanto a lui Koulibaly sembrava Jorginho (ah, Jorginho mio, quanto mi manchi…); adesso sbagliamo anche gli appoggi sui terzini o lo scambio stretto tra centrali, figuriamoci se indoviniamo una verticalizzazione o un lancio di 30/40 metri;
  • Zielinski e Fabian sono due bei progetti di giocatore, due calciatori che indovinano a volte partite e giocate importanti ma che, quando giocano insieme, indeboliscono moltissimo la tenuta della squadra diventando lenti, prevedibili e quasi irritanti;
  • l’assenza di Milik pesa tantissimo. Llorente fa quel che può, ma ha limiti evidenti ed una sola possibilità di gioco. Mertens può fare tante cose, ma non basta;
  • la squadra non si aiuta e gioca a ritmi assai compassati. Non c’è collaborazione tra i reparti e tanti – tra i nostri – sembrano separati in casa;
  • su tutti: l’allenatore. Ancelotti non solo fatica a mettere in campo una squadra che sia sempre la stessa e possa cominciare a dare affidabilità (Di Lorenzo continuamente cambiato di ruolo ne è un segnale, ma anche l’involuzione tecnico-tattica è più che evidente), ma non riesce neppure a cambiare l’inerzia di gare facili da leggere (che Sansone mettesse in difficoltà da quel lato e che a centrocampo fossimo saltati costantemente erano evidenze facili facili).

La cosa migliore di Napoli-Bologna è stata la conferenza stampa post-partita.

A qualcuno saranno sembrate parole scontate, a me no.

Almeno si è colta lucidità, al di là della possibilità od opportunità di andare avanti con questo progetto tecnico-tattico.

La sconfitta col Bologna parte da lontano. Come pure questi 20 punti piccoli piccoli…
Se non fossimo quasi qualificati agli ottavi potremmo – ad 1/3 della stagione – già pensare alla prossima.

Dispiace moltissimo.

Soprattutto a chi, per questa situazione, ha meno colpe di tutti.

A chi – col freddo, con la pioggia o col vento – lascia tutto quel che ha da fare e si mette ad urlare per un gruppo che sembra aver smarrito il sorriso e – insieme a quello – la capacità semplice semplice di giocare bene a pallone.

Continueranno le critiche, ciascuno si sentirà in diritto di offendere chiunque.
Io – però – amo la maglia.

Per cui continuo a tifarla.

E a sperare di invertire la tendenza.

Continuando ad andare allo stadio. E ad urlare fino al novantesimo e oltre.

Perché c’è bisogno di unirsi, non di dividersi.

Chi ama non dimentica, si è detto col più Grande di tutti.

Ma chi ama non dimentica neppure i sorrisi di uomini che hanno dipinto calcio in ogni dove e si sono divertiti divertendo, facendo correre la palla ad una velocità che altri neppure immaginavano.

Non può essere finito tutto, io non ci credo.

E provo a pensare che toccare il fondo serva a prendere la spinta per risalire.

Sperare, in fondo, è quel che ci resta, con l’auspicio che – come è noto – venga fuori lo sdegno per quel che stiamo combinando in campionato quest’anno ed il coraggio per provare a cambiare quest’inerzia colpevole.