VLAD RUNNER – Un uomo d’amore

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Il Napoli è una passione, la maglia azzurra una seconda pelle. Frasi ascoltate un milione di volte, tanto da non coglierne appieno sempre il significato o il sentimento.

Attorno al Napoli, per chi vive questa profonda emozione, girano storie che, agli occhi di chi non ha lo stesso trasporto, appaiono quasi insensate, a volte folli.

Chi del calcio non ne fa solo uno sport e del Napoli non solo una squadra, ne afferra subito il senso. I tifosi, da questo punto di vista, sono privilegiati: hanno scelto di  sostenere e difendere quella bandiera.

Le bandiere

Ebbene, è proprio di bandiere che voglio parlare. Bandiere intese come simboli.

Ovunque ce ne sono state; a Napoli se ne potrebbe stilare una lista infinita.

Da grandi presidenti come Lauro o Ferlaino, a grandi allenatori come Vinicio O Lione, che ha rivoluzionato l’idea di calcio.

I calciatori sono quelli che incarnano principalmente il personaggio bandiera, fino a diventare icone. Peppe Bruscolotti per tutti ancora oggi “il capitano”, Krol, Schwoch, bolzanino di nascita che, nonostante abbia vissuto all’ombra del Vesuvio poche stagioni neppure esaltanti dal punto di vista dei risultati, risulta ancora molto amato. Discorso a parte va fatto per Diego Armando Maradona che, a distanza di trenta e più anni, infiamma Napoli come il primo giorno e, al suo fianco, miti come Careca. Arrivando ai nostri giorni, rimarranno punti saldi “Marekiaro” Hamsik e “Ciro” Mertens o Christian Maggio che, seppur giochi altrove, resiede ancora per scelta in una casa con l’affaccio sul golfo.

Piccoli gesti che siglano patti di sangue, come il bacio della maglia che, seppure ormai inflazionato, quando autentico, come nel caso dei primi due, suscita emozioni indescrivibili nei tifosi che sentono appartenenza e attaccamento ad una squadra e ad una città. Indimenticabile resta l’inchino del terzino di Montecchio alla curva vuota: quello certamente ha sugellato un grande amore. Christian ne è stato l’autore e Napoli lo sa bene.

Di bandiere, si sa, è pieno il mondo; restano nel cuore, e sfido chiunque a sostenere il contrario. La lista potrebbe essere ancora lunga.

Ma che caratteristiche deve avere una bandiera per essere considerata tale?

Un prerequisito fondamentale e necessario è che sia un Uomo (non inteso come genere), un Uomo d’amore, al di là del professionismo che, a certi livelli, è scontato.

Nei tanti anni al seguito del mio Napoli, ne ho incontrati diversi che, avendo vissuto come tifoso, ho potuto conoscere solo relativamente. Di uno, però, ho avuto la fortuna di tastare con mano la grandezza. Immenso uomo, professionista e tifoso. Grande come pochi, a dispetto della sua statura.

Salvatore Carmando

Salvatore Carmando, il mitico masseur che ha legato la sua vita al Napoli. Una persona semplice, umile, gentile con tutti e per nulla superbo. Le sue mani hanno trattato e messo in piedi fior fiori di campioni. Diego, il più grande di tutti, lo volle al suo fianco ai Mondiali, massaggiatore personale nella sua Argentina. La Nazionale Italiana ne riconobbe la grandezza e lo reclutò per Europei e Mondiali del ’90. Rimase massaggiatore del Napoli fino al fallimento della vecchia società e, con l’avvento di De Laurentiis, fu richiamato da Pier Paolo Marino chiudendo la sua carriera nel 2009.

Frequentando il centro sportivo “Paradiso” per lunghi anni fin da ragazzino (erano gli anni ’80), quella figura onnipresente mi risultò subito simpatica. Timidamente, essendo molto giovane, mi limitavo ad un accenno di saluto. Cordialmente Sasà rispondeva sempre. Passarono gli anni, quelli dei successi e, manco a dirlo, ero sempre lì, favorito dalla vicinanza al centro di Soccavo. Nel tempo, con Salvatore, il rapporto crebbe e quel semplice e timido ‘ciao’ si trasformò. Quando poteva, si fermava per qualche chiacchiera. Il rapporto divenne quasi confidenziale. Gli anni passarono, i fasti azzurri pure. Si avviavano sul viale del tramonto.

Il racconto

Correva l’anno 1998 e di quel Napoli vincente non c’era più nulla. Non c’era più niente neanche di quel ragazzino quindicenne.

Lui era sempre lì, era sempre il solito Salvatore Carmando, con la sua sapienza, con la sua saggezza. Era una mattina di sole. Il Napoli attraversava il momento più buio della sua storia, fallimento a parte. Arrivai al ‘Paradiso’, salutai Peppe, il riccioluto custode del centro, soccavese come me. Rapporto amicale con lui, visti gli anni di militanza al centro. Salii la rampa, mi fermai al solito dietro la porta dove Taglialatela e Nando Coppola, i due portieri azzurri, si allenavano come il resto della squadra. Li osservavo con sguardo mesto, il campionato in corso era uno sfacelo. Sotto i miei occhi, dalla porticina che dava l’ingresso al campo entrò Luca Altomare, centrocampista azzurro. Si voltò, alzò gli occhi oltre la recinzione e mi salutò. Gli risposi: “Luca come va?”, la sua risposta finta come non mai fu: “bene dai…”. Sapevamo entrambi che andava male, non c’erano margini di risalita. Quell’anno racimolammo la miseria di quattordici punti in tutta la stagione e finimmo mestamente in serie B.

Mentre osservavo disinteressato l’allenamento, una voce alle mie spalle disse: “Lucariè”. Mi sentii chiamare ed era Salvatore, mi voltai, lo salutai affettuosamente, soliti convenevoli. Mi afferrò per un braccio: “viene cu mmè”, mi tirò all’interno della saletta che dava agli spogliatoi, afferrò una maglia da uno scaffale e mi disse: “Tiè, annascunne sta cosa che qua hanno da dire”. Lo guardai grato, non proferii parola, lo abbracciai forte ed uscii. Conquistai la rampa a passo svelto, senza dare nell’occhio, salutai Peppe e andai via. Le brutte sensazioni del campo svanirono. Ero felice, ero ritornato bambino per un attimo. Quella maglia ancora oggi la custodisco gelosamente come una reliquia.

Quella maglia, il dono di una bandiera e di un uomo d’amore è come un diamante. Per sempre.