91′ MINUTO INTER – Bisogna anche saper perdere

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C’è una differenza sostanziale tra ambizione e ossessione.

L’ambizione è un sentimento sano, la manifestazione di un desiderio, la tensione al miglioramento, l’esigere qualcosa di più da se stessi. È sfidare e sfidarsi. L’ambizione è luce.

L’ossessione è invece buio, chiusura, schiavitù. È rimanere intrappolati nel raggiungimento del risultato come unica e sola ragione di vita.

Il post partita di Antonio Conte e le sue parole al veleno, al termine di Borussia Dortmund-Inter, sono la perfetta sintesi di questa differenza, della discrasia tra un uomo intrinsecamente ambizioso e un tecnico esasperatamente ossessionato dalla vittoria.

Negli equilibri di una stagione, ciò che crea la distanza tra un bravo marinaio e un nostromo esperto, è la capacità di condurre in porto la nave, anche e soprattutto quando va alla deriva o perde di vista la rotta.

La storia di Antonio Conte dimostra come l’ex ct, nella sua carriera, abbia saputo dare sempre il meglio di sé nelle situazioni più complicate e quando le acque sono agitate, laddove altri hanno facilmente perso la bussola. Ecco perché il suo sfogo nel dopo Champions non è parso degno di un tecnico del suo spessore.

Un conto è fare un punto della situazione, segnalando la necessità di avere una rosa più ampia per poter competere su più fronti, un altro è denunciare la società di non metterci la faccia e di non aver rispettato dei programmi, quando, a conti fatti, in estate l’Inter ha arricchito il suo parco giocatori con elementi condivisi e fortemente voluti dal suo allenatore, come Lukaku, Sensi e Barella. Calciatori che, numeri alla mano, si stanno rivelando essenziali per i nerazzurri, distanti un solo punto dalla Juventus in campionato.

È vero, la panchina non è lunga come quella dei bianconeri, ma sta proprio nelle doti dell’allenatore la capacità di gestire al meglio tutte le risorse a disposizione, tenendo tutti sulla corda in modo tale che ciascuno possa essere utile alla causa.

Sicuramente gli infortuni non hanno aiutato a gestire i tanti impegni ravvicinati, ma è lecito chiedersi perché a giocatori come Borja Valero o Politano, solo per fare degli esempi, non sia stato dato il giusto spazio in partite di campionato dove avrebbero potuto tranquillamente sostenere la parte. Difficile credere che lo spagnolo o l’ex Sassuolo, quest’ultimo tra i migliori nella passata stagione, non siano all’altezza di un ruolo da titolari contro Brescia e Bologna, per citare le ultime trasferte.

Detto ciò, i motivi della sconfitta di Dortmund di qualche sera fa, gli stessi di quella di Barcellona di un mese fa, quando le energie non erano ancora logore, non sono certo da imputare soltanto alla stanchezza fisica di alcuni giocatori, ma da un calo di concentrazione inammissibile in una competizione come la Champions League.

Il secondo goal dei tedeschi, nato da una rimessa laterale interista, è l’emblema della superficialità con cui l’Inter ha affrontato la ripresa, forse convinta di aver già fatto sua l’intera posta, dopo un primo tempo dominato. Come ammesso più lucidamente da Lautaro Martinez, che ha parlato di mancanza di ordine e maturità, ritenendo ingiustificabile l’essersi fatti rimontare in maniera così ingenua, dilapidando tutto ciò che di buono si era visto nei primi 45 minuti.

Senza alibi né trucchi, riconoscendo i propri limiti con l’obiettivo di poterli migliorare.

Bisogna anche saper perdere.

Questo è l’aspetto su cui Conte deve ancora lavorare se vuole assecondare l’ambizione (e non l’ossessione) di essere invincibile.