ÇA VA SANS DIRE – Il paradosso di San Vito

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Oh straniero che calpesti questo suolo

In questo posto c’era una volta un grande comandante di nome Lazar

Torre di pietà, che amava tutto ciò che Cristo voleva

Egli ha accettato il sacrificio.

 

Brescia-Vojvodina, insignificante amichevole infrasettimanale.

Orzinuovi, case basse e vino buono a poco prezzo. È arrivata una ventina di tifosi serbi: sostenitori encomiabili, mettono soggezione tanto son grossi. Al campo c’è un geniaccio che sventola la bandiera dell’Albania. Per sfottere i Serbi, suppongo. Non farlo, idiota, non farlo…

Invasione di campo, disordini, amichevole interrotta. Non banalizzate colla storia del teppismo da stadio…

Non provateci nemmeno!

 

 

San Vito del 1389. Piana dei Merli, tetra dolina carsica che si spande da Mitrovica fin quasi a Kaçanik. Il Kosovo, antica officina che plasmò la Serbia.

Murad I ha spinto l’Impero Ottomano fin dentro i Balcani. Si ferma in Kosovo, può scegliere se attaccare la Serbia o la Macedonia. Mentre il Sultano indugia nel consiglio degli altri comandanti, il Principe Lazar raccoglie la sua gente e gli va incontro, senza paura. La sua armata conta meno della metà dei soldati ottomani: nessuno di quei Ventimila Serbi vacilla un solo istante.

Il giorno prima, un falcone da Gerusalemme ha raggiunto l’accampamento di Lazar, portando nel becco un’allodola. Era Sant’Elia, recava un messaggio di Dio. Lazar poteva scegliere: la vittoria e la sovranità in terra o la sconfitta e la gloria del Regno dei Cieli. Consapevole della natura effimera ed immanente delle cose terrene, il Principe Serbo sceglie la sconfitta, preferendo un destino eterno e glorioso per sé ed il suo popolo.

Il massacro si consuma nella Piana dei Merli: la netta superiorità numerica degli Ottomani, infine, ha la meglio sull’eroico coraggio dei Serbi. Lazar è catturato e decapitato dinanzi a Mourad, all’orecchio del quale riserva l’ultimo alito.

Mio Dio, ricevi la mia anima.

 Il Principe perde la vita, il Popolo Serbo perde la libertà.

Intrisa d’epos, la battaglia della Piana dei Merli rimarrà nella storiografia serba quale sacrificio estremo di quel popolo per difendere i Balcani e l’Europa cristiana dall’avanzata dell’invasore infedele. Da allora, il giorno di San Vito – che il Calendario Gregoriano lascia cadere il 28 giugno – non sarà più una data qualsiasi.

 

 

San Vito del 1914. Sarajevo, cuore pulsante di una Bosnia da poco annessa alla Monarchia AustroUngarica. L’irredentismo serbo non è domo dai tempi di Lazar, ma la sprezzante Vienna organizza proprio per quel giorno semisacro la visita dell’Arciduca Francesco Ferdinando.

Il gruppo di fuoco disponeva di 4 rivoltelle e 6 bombe a mano. Il percorso dell’Arciduca e del suo seguito – in tutto 6 macchine – è stato pubblicato finanche dai giornali. Strano.

Il primo del gruppo non capisce quale sia la macchina giusta, non spara: il secondo lancia una bomba a mano, ma fallisce il bersaglio grosso. Gavrilo Princip si rifugia in un Kaffeehaus: riflette sul da farsi. Il piano era saltato e gli altri quattro, disorientati e ostruiti dalla folla densa, prendono paura e spariscono. Il corteo delle macchine continua verso il municipio per seguire il programma previsto.

Al ritorno dal municipio, l’autista della macchina con Francesco Ferdinando indugia in una retromarcia, perde la carovana e sbaglia strada. Si ferma proprio davanti al Kaffeehaus dove Gavrilo sta decidendo se suicidarsi o scappare. Vede la macchina con Francesco Ferdinando, esce di corsa e spara.

Fu la Prima Guerra Mondiale.

 

 

San Vito del 1989. Gazimestan: all’ombra della torre che celebra i caduti della Battaglia del Campo dei Merli stanno per elevarsi muri ancor più alti. Prende la parola, davanti ad un milione di Serbi giunti da tutta la Jugoslavia, un apprendista stregone di Belgrado: Slobodan Milošević utilizza gli eroi del 1389 per legittimare le sue azioni politiche. La restrizione e infine l’annullamento dell’autonomia del Kosovo.

Appena un anno dopo: stesso giorno, stessa ricorrenza. Franjo Tudjman, capo politico Croato, annuncia una revisione costituzionale che esclude i serbi dai popoli costituenti la Nazione Croata: le tensioni esploderanno di lì a breve in un conflitto che lacererà i Balcani, portando alla dissoluzione della Jugoslavia.

 

 

La battaglia della Piana dei Merli rappresenta, ancora oggi, simbolo di lotta per l’indipendenza e di perdita della patria natìa: il Kosovo, caduto sotto gli Ottomani e consegnato alla maggioranza albanese e musulmana.

L’uso politico e strumentale della battaglia ha di fatto giustificato le persecuzioni nei confronti della popolazione albanese da parte di Milošević. Eppure, al tempo della battaglia, la stessa popolazione albanese aveva combattuto proprio tra le fila del Principe Lazar.

 

 

Più che di un popolo, i Balcani raccontano le storie di popolazioni. Terribilmente differenti tra loro, eppure accomunate da un dannato senso del paradosso.

La storia di Lazar, per il quale seicento anni di oppressione valgono bene mezza giornata di gloria.

La storia di Princip, che rinuncia all’attentato e si ritrova Francesco Ferdinando davanti al bar.

La storia di Milošević, che ammaliò i Serbi arringando quale nemico comune il più storico degli alleati.

La storia di venti ragazzi di Vojvodina, disposti a farsi mille chilometri per un’amichevole e mandare tutto all’aria per una bandierina.

La storia del genio assoluto della Musica Balcanica, che ha composto un magistrale inno alla pace dandogli il nome di un’arma da guerra.