LEVA CALCISTICA ’68 – Marcel Van Basten

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17 agosto 1995

L’uomo che entra sul rettangolo verde dello stadio San Siro indossa un jeans chiaro, una camicia rosa pallido e un giubbotto di renna.

Ha deciso.

Con enorme sofferenza interiore pone fine alla sua carriera costellata di successi ma anche di infortuni e, in quella calda sera d’agosto, entra in campo lasciando per sempre negli spogliatoi la sua casacca rossonera e le sue fide Diadora. Saluta il suo pubblico, quello che lo ha amato per quasi un decennio e che tutt’ora lo ama, al quale ha regalato svariati trofei nazionali e internazionali.

Tra la commozione di migliaia di supporters rossoneri e l’incredulità degli amanti del calcio, quella sera è tangibile la sensazione netta di assistere ad una sorta di ingiustizia sportiva, il bastardo compimento di un destino che definire infame sarebbe veramente poco.

Perché la consapevolezza di non riuscire più a vedere un giocatore come Marcel Van Basten, detto Marco, è feroce, come feroce era la sua voglia di gonfiare le reti avversarie, con un’eleganza ed una classe che ricordo di aver visto solo in un altro tulipano approdato sul golfo di Napoli agli inizi degli anni ’80 ma che agiva nell’opposta porzione di campo.

Alla soglia dei trentun’anni, ma con un calvario che subiva già da un triennio, Marco dice basta e quella consapevolezza prende forma anche in me, che non ero certo un sostenitore milanista.

La mia grande ammirazione verso quell’enorme giocatore mi ripropone violento il ricordo di sette anni prima, quando avrei dovuto odiarlo ed invece ero lì in piedi ad applaudirlo.

Come tutto lo stadio San Paolo.

Primo maggio 1988. Sì, quel famoso Napoli-Milan, quello del sorpasso, quello che sancì la nascita di una squadra che avrebbe dominato l’Europa negli anni seguenti.

Gli azzurri venivano dallo scudetto dell’anno precedente, il primo della sua storia, e da un’ intera stagione passata in testa al Campionato. E, nonostante l’Extraterrestre avesse provato in settimana a caricare l’ambiente (“non voglio vedere nemmeno una bandiera del Milan sugli spalti”), fu chiaro a tutti da subito che sarebbe stata molto dura arginare i rossoneri in rimonta e in fiducia. E quando tale Carlo Ancelotti intorno alla mezz’ora di gioco si guadagnò un calcio di punizione, la scarsa concentrazione della nostra retroguardia materializzò il nostro incubo. Virdis si avventò su una palla apparentemente innocua mettendola alle spalle di Garella.

Gli Azzurri in difficoltà, sostenuti dalla forza di un pubblico meraviglioso, con una rabbiosa reazione di nervi pareggiarono al tramonto del primo tempo, con una punizione dal limite pittata dal sinistro di Dios.

Gli affanni riapparvero nel secondo tempo quando di nuovo Virdis riportò in vantaggio i rossoneri. E poi toccò al protagonista della nostra storia che subentrò nel secondo tempo, giusto in tempo per piantare i chiodi sulla nostra bara, con un passo di danza al termine di una cavalcata di Gullit sulla sinistra.

Anche se subito dopo Careca siglò il due a tre riportando l’entusiasmo alle stelle, i ragazzi in campo erano stremati e non riuscirono a pareggiare.

Al fischio finale, lo stadio intero era in piedi ad applaudire lo sforzo dei nostri, contestualmente al riconoscimento della superiorità tattica del Milan, ed a dare il giusto tributo a quell’olandese che quell’anno aveva giocato e segnato poco ma che, nel momento giusto, si era fatto trovare al centro della nostra difesa per scucirci lo scudetto dal petto e dalle nostre facce.

“Anche da questi particolari si giudica un giocatore”…

L’uomo che entra sul rettangolo verde dello stadio San Siro con indosso un semplice jeans, una camicia ed un giubbotto di renna, il 17 agosto del 1995, saluta il suo pubblico e ci lascia con un senso di incompiuto.

Quell’uomo….avrei dovuto odiarlo ma la bellezza paga. Sempre.