#LBDV – La metamorfosi del gioco del calcio: da espediente aggregativo a mezzo politico

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Semanticamente la parola “sport”, di cui il calcio è parte integrante, non è difficile da analizzare: in parole povere potrebbe essere definita come un’attività con fini più o meno di lucro, dove gli atleti gareggiano di loro creando spettacolo e competitività. Nella storia, a partire fin dall’inizio del Novecento, il raggio di competenza dello sport è andato oltre, spingendosi in tematiche più delicate fino a diventare a volte un mezzo di pura propaganda politica. Ed il calcio non è da meno a tutto ciò.

Negli ultimi giorni il mondo del calcio è stato al centro di una vera e propria querelle politica, con notizie di cronaca che hanno preso il posto, in maniera del tutto paradossale, degli highlights a fine partita. Ma ciò non è una novità e la storia, tanto per cambiare, ce lo insegna.

Sollier apripista del “tifo politico” e gli altri precedenti

Dov’è scritto che un calciatore non debba avere idee?

È proprio questo forse il nocciolo della questione, racchiuso in maniera perfetta in queste parole di Paolo Sollier. L’ex Perugia è probabilmente noto più per la sua ideologia politica che per le sue gesta in campo. Sollier può essere definito come l’antesignano, almeno in Italia, del tifo politico; è suo il gesto del pugni alzato in campo, con ovvi riferimenti agli ideali di estrema sinistra. 

Il gesto del pugno alzato di Sollier

Come non ricordare l’epoca delle due Germanie, con delle vere e proprie fazioni ideologiche tra Ovest ed Est, oppure la partita tra Dinamo Zagabria e Stella Rossa di Belgrado. Quest’ultimo match, tenutosi nel maggio 1990, è entrato nella storia per gli scontri tra le due tifoserie, da molti definiti la miccia che fece scoppiare poi il conflitto bellico nell’anno successivo nell’ex Jugoslavia. All’ingresso dello stadio Maksimir di Zagabria, dove si tenne proprio quella partita, c’è la scritta: “Qui cominciò la guerra”, mentre su una statua costruita in ricordo di quegli scontri si legge: “Ai tifosi della Dinamo che iniziarono la guerra con la Serbia su questo campo il 13 maggio 1990

Caso Turchia, la tensione in Bulgaria-Inghilterra e la questione catalana

La sosta delle Nazionali di questo mese ha consegnato all’opinione pubblica un ulteriore cornice ad alcune delle principali questioni politiche di quest’epoca in Europa. 

In prima linea c’è il caso Turchia, con i giocatori ed i tifosi schierati apertamente all’offensiva di Erdogan ai danni della Siria. Tanto hanno fatto discutere l’esultanza del saluto militare messa in scena nelle partite contro Francia ed Albania e i post pubblicati da buona parte dei giocatori della Nazionale (tra cui quelli di Under, Demiral e Calhanoglu)

Un post apparso sul profilo ufficiale di Calhanoglu dopo Turchia-Albania

Succede di tutto nella partita Bulgaria-Inghilterra, sospesa per ben tre volte per episodi di razzismo nei confronti dei giocatori di colore della Nazionale inglese. Un episodio, di cronaca nera ed estraneo alle dinamiche calcistiche, che tanto ricorda la lotta al razzismo negli stadi italiani, altra parentesi in cui il calcio si fonde a tematiche che non dovrebbero riguardare il mondo del pallone.

In queste ore si è risollevata la questione catalana, con la notizia delle forti condanne arrivate dalla Spagna nei confronti degli indipendentisti. Una condanna unanime nei confronti della capitale madrilena che arriva da Piquè, Xavi e Guardiola, che parlano di: “Vergogna” e di “diritti inviolati”.

Dal profilo ufficiale Instagram di Xavi

Calcio e politica: due poli eterogenei che, maledettamente, si attraggono

La storia dunque insegna che il calcio spesso e volentieri è utilizzato come vetrina di assoluto rilievo per ben altre questioni. Questioni che dovrebbero rimanere tra i tavoli dei piani alti della politica mondiale, che dovrebbero restare lontani dagli spalti. Questioni a cui dovrebbero ovviare le istituzioni, calcistiche e non, ma che spesso si limita ad un nulla di fatto. “La storia siamo noi, attenzione nessuno si senta escluso” direbbe il buon De Gregori; appunto per questo il buonsenso deve partire da noi tutti, tifosi ed istituzioni, per cambiare la storia, e ciò sarebbe un piccolo grande passo in avanti. Il mondo sarebbe più bello se ci svegliassimo la mattina senza dover leggere indignati le prime pagine di quotidiani sportivi che parlano di qualcosa che sport e calcio non è. “Della festa – egli dice – anch’io son parte” dice Umberto Saba in una delle sue liriche dedicate al calcio. Sia dunque il calcio una festa di sport, di cui tutti possiamo far parte. Che la politica, almeno in questo caso, riguardi chi di competenza, come giusto che sia.