Zlatan, per sempre

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“La bellezza è superiore al genio in quanto non ha bisogno di spiegazioni” scriveva Oscar Wilde del suo Dorian Gray.

Ibrahimovic è l’esempio di come questo criterio possa essere sovvertito. O di come, in taluni casi, le due cose possano coincidere.

Poiché Zlatan è uno dei pochi giocatori al mondo capace di mettere tutti d’accordo. E nel suo caso, il confine tra bellezza e genio è troppo sottile, per poter fare una distinzione.

Le sue giocate hanno l’imprevedibilità di uno schizzo, i suoi movimenti paragonabili a una danza di pennelli su un opera d’arte.

Un’opera d’arte, appunto. Quella che oggi a Malmoe la sua terra gli ha dedicato, con l’unveiling di una statua inneggiante al suo corpo, mai così scultoreo, in quei 2 metri e 70 cm di bronzo (per 500 kg) eretti all’esterno della Friends Arena, nella sua città natale. Dove tutto è cominciato e dove ho lasciato il cuore, come ha detto lo stesso Ibra.

“Quando vai a New York trovi la Statua della Libertà? Quando vieni in Svezia trovi la statua di Zlatan! Devi fare la statua migliore che tu abbia mai fatto, la più grande possibile – ho detto all’artista che l’ha realizzata (lo scultore Peter Linde, ndr) –  Non è solo in Svezia che devono vedere questa statua, ma in tutto il mondo!”.

Un’altra effigie, simbolo dello strapotere di quello che nell’immaginario collettivo è diventato un supereroe prima ancora che un calciatore. Un personaggio “fantastico”, appunto. Un Mark Lenders in carne ed ossa, il Ragnarr Loðbrók 2.0 che ovunque va, conquista e depreda, senza però conoscere la resa.

Impossibile, oggi, anche solo ipotizzare la fine della sua carriera, pensare a un campo di gioco dove non svetti, immaginare il calcio senza il suo talento, senza quella sua presenza sempre così decisiva, vincente, leggendaria.

Che piaccia o no, il suo ego smisurato, così sicuro di sé, arrogante ed altezzoso, ha conquistato tutti.

Non può dividere. Perché nasconde il desiderio celato dietro ciascuno di noi di essere “invincibili”. E indimenticabili.

“Generalmente sono cose che vengono fatte quando uno è morto, io però sto ancora benissimo. Quando morirò, la statua mi farà vivere per sempre”.

Come un eroe della mitologia greca, Ibra è riuscito così nel suo intento. Raggiungere l’immortalità. Negli almanacchi del calcio, nel cuore dei tifosi, nel firmamento delle stelle.

Tutto questo, pensando già alla prossima sfida, magari proprio in Italia, come ammesso dallo stesso Zlatan in un’intervista a Sky, a margine dell’evento di oggi: “Io di nuovo in Serie A? Sono pronto al 100%. Per come mi sento e per come gioco, faccio ancora la differenza. Per me giocare in Italia non sarebbe un problema, farei meglio di quelli che ci sono adesso. Ancelotti ha detto che mi allenerebbe volentieri? Sicuro, ho un bel rapporto con Carlo, è un grande allenatore ma soprattutto una grande persona. Ho avuto la fortuna di conoscerlo e di lavorare con lui, anche se purtroppo solo per un anno. Mi sarebbe piaciuto averlo per molti anni come allenatore”.