LEVA CALCISTICA ’68 – Il Tango del Pallocca

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L’estate del 1993 resterà marchiata a fuoco per tutti le anime azzurre all’epoca senzienti.

I trionfi in Italia e in Europa di tre e quattro anni prima sembravano lontani secoli.

Ancora facevamo fatica a metabolizzare la fuga dell’extraterrestre due anni prima, che ci toccò assistere alla perdita di Antonio Careca e alle cessioni necessarie di Zola e Crippa.

Il buco di bilancio di circa cento miliardi di lire aveva imposto dei sacrifici ma, ciò nonostante, il futuro non faceva presagire tempi migliori, consapevoli che l’anno successivo avremmo, giocoforza, salutato anche Ferrara e Fonseca.

L’ingegnere aveva passato la patata bollente nelle mani di Ellenio Gallo e Ottavio Bianchi era corso al capezzale del malato con incarichi dirigenziali. Sventrata completamente ormai l’ossatura del suo Napoli campione d’Italia, il mite Ottavio impose Marcello Lippi come allenatore e si dedicò a tessere rapporti con le altre squadre di serie A che avevano, al contrario, problemi di esuberi in rosa.

Buona parte di quella che sarebbe stata la squadra titolare fu praticamente costruita su gentile concessione di Sampdoria, che ci prestò Buso e Corini, e Parma, con i prestiti di Gambaro e Bia.

La sagacia tattica e l’esperienza del duo doriano, unitamente alla freschezza atletica e alla sicurezza difensiva dei due dalla via Emilia, formarono un connubio tanto perfetto, quanto insperato, con il resto della rosa che comunque vedeva validissimi elementi come Thern, Pecchia e Pino Batman Taglialatela, oltre ai già citati Ferrara e Fonseca.

Quella stagione fu anche il trampolino di lancio del toscanaccio brizzolato che, una dozzina di anni dopo, seduto in panchina, fece gioire una nazione intera a Berlino. Ma quella stagione fu, soprattutto per me, un’innamoramento feroce, come una di quelle avventure di una notte che lasciano selvaggi e dolci ricordi per tutta la vita.

E mai avrei creduto, e ancora oggi stento a crederlo, che la cotta me l’avrebbe fatta prendere la Vecchia Signora quando decise che si, in effetti, quel numero sette non avrebbe mai avuto spazio e chance contro soldatino Di Livio e che era giusto non far avvizzire un simile talento in panchina.

Dunque la Juve esiliò, sulle rive del golfo di Partenope, il Pallocca der Quarticciolo, al secolo Paolo Di Canio che, più di tutti gli altri esuberi, si presentò con un senso di rivalsa e con una voglia di spaccare il mondo e che, più di tutti, ci fece godere durante quella stagione.

La classe, l’estro, il carisma e la leadership del romano guarirono dalla depressione un’intera tifoseria portandola, come su di un ottovolante, a picchi orgasmici.

L’apice di tutto ciò si raggiunse il 27 marzo del 1994.

Quel giorno, nello stadio San Paolo, non entrava più uno spillo e, come sempre accadeva contro le strisciate, l’ingresso in curva B era consigliabile anticiparlo di almeno un paio d’ore.

E di nuovo il Milan tornava a farmi visita nell’anima. Uno squadrone che dominava in Europa e che avrebbe vinto di nuovo anche lo scudetto quell’anno. Li chiamavano “gli Invincibili”, una difesa impenetrabile formata dal Kaiser Franz Baresi, Panucci e quello che forse resterà il miglior difensore nella storia del calcio italiano: Paolo Maldini.

Il portiere Rossi fino alle ore sedici e trentatre minuti di quel pomeriggio deteneva il record di ottocento e passa minuti di imbattibilità quando, dopo un tempo passato a subire, il Pallocca decise di andare faccia a faccia e prendersi una “questione” con l’intera retroguardia rossonera. Dapprima assistendo i compagni e sfornando cross in area a nastro, poi provandoci personalmente con tentativi da fuori area.

Fino a quel fatidico minuto ottantuno in cui, su imbeccata di Renato Buso, si involò sulla fascia sinistra e, immerso in uno scenario da clausura argentino, decise che Baresi e Panucci avrebbero dovuto ascoltare Gardel e danzare tango secondo le sue finte. E decise anche che Seba Rossi avrebbe raccolto semplicemente il pallone dal fondo della rete.

In quei pochi secondi, chi vi scrive era sicuramente esaltato dal coraggio e dalla maleducazione di quell’iniziativa ma, nel contempo, dopo un “marooo’” si rivolgeva all’amico Luca, compagno di tante battaglie, con un “nun ce sta’ nisciun a centro, nun ce sta nisciuuuuun ….mannagg’ a cul….”. L’imprecazione s’interruppe nel vedere il rigonfiamento della rete, senza per’altro comprendere come avesse fatto la sfera di cuoio a smaterializzarsi dal sinistro del Pallocca e rimaterializzarsi in fondo al sacco.

Ricordo solo che, nell’estasi, abbracciai Lucariello e lo sollevai molto in alto, data la sua leggerezza, mollando la presa e cadendo in terra con altre decine di persone intorno a me. Allo stabilizzarsi di un contegno (parola grossa), il mio amico non c’era più. Dopo un minuto lo rividi dodici file più in basso, ancora in evidente stato estatico. Nemmeno lui capì il come di quel sinistro del sette azzurro, come era stato possibile quella sorta di teletrasporto.

Ma a Napoli tutto è possibile.

Per la cronaca, Di Canio nell’ultima giornata tirò fuori di nuovo il coniglio dal cilindro in quel di Foggia, permettendo a quella squadra “rabberciata” un fantastico, quanto inaspettato, sesto posto che ci diede diritto a sognare per un’altra stagione in Europa.

Il Napoli di Marcello Lippi, un miracolo costruito con abnegazione e spirito di sacrificio, mosso dalla voglia di molti di riscattarsi agli occhi di chi non aveva creduto in quel gruppo.

Il premio per il coach toscano fu l’ingaggio alla Juve, che avrebbe vinto scudetti e Champions League, e quello del Pallocca il trasferimento al grande Milan.

Per me, e tanti come me, una sensazione simile a quella di aver vissuto una feroce ed esaltante notte di sesso. L’avventura di una notte che lascia un selvaggio e dolce ricordo della durata di una vita.