SPECIALE CALCIO@ARTE – Il ‘mio’ uomo dei sogni

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“Piacere di conoscerti, mi chiamo Amedeo!”. Non credevo ai miei occhi, il Fornaretto di Frascati era in piedi davanti a me.

Ma la storia è lunga, forse è meglio che ve la racconti dall’inizio.

La crisi della Lehmann Brothers, quella del 2008, fu un tornado di dimensioni ciclopiche per l’economia mondiale. Tutti i settori, nessuno escluso, furono colpiti in modo mortale, o quasi. Fu l’evento che divaricò in maniera definitiva il gap tra le classi sociali ed economiche. Nell’agricoltura imperversarono anche i risultati di scellerate politiche nazionali che, anziché proteggere, mise i produttori autoctoni in tragica competizione con prodotti esteri di dubbia qualità e inesistenti controlli igienici, ai quali invece loro erano sottoposti dalla Comunità Europea.

Il mio terreno, ereditato dal trisnonno, era al centro di quella zona che sarebbe poi diventata tristemente famosa come “terra dei fuochi”. I miei predecessori per anni si erano succeduti alla coltura di questo appezzamento con alterne fortune. Mio padre stesso aveva dedicato la sua intera vita a quel lavoro sacrificando, magari, sogni mai confessati nemmeno ai suoi migliori amici, forse anche per evitare saggiamente la loro inevitabile goliardia. Non ricordo di averlo mai visto sorridere, ne tantomeno ricordo di averci mai giocato insieme.

Anzi no.

Una volta, lo vidi da lontano, trovo’ un pallone di cuoio, sporco, malconcio, un po’ sfibrato e di un grigiastro indefinibile. Forse era il suo pallone perché, quando lo vide, notai un’espressione in volto che non gli avevo mai visto. Gli apparve il sole in viso, come ad un bimbo che entra per la prima volta in un negozio di giocattoli. Lo fece cadere sul destro ed iniziò a palleggiare.
Uno, due, tre, quattro…. a sessanta era ancora lì. Sguardo fisso sul pallone tenuto basso che passava da un piede all’altro con stile impeccabile.

È una foto impressa nell’anima.

Non trovai il coraggio di rompere quell’incanto e non riuscii a dire: “vuoi giocare con me?”. I nostri rapporti erano ampiamente ai minimi termini. Io, da adolescente immaturo che credeva di conoscere già tutto della vita, gli imputavo la scarsa ambizione e soprattutto il mio ruolo avulso in quel contesto. Dopo qualche giorno, in seguito ad una furibonda litigata, dopo avergli vomitato addosso i più orrendi insulti e chiudendo la tenzone con il più classico “non voglio fare la tua fine”, misi in uno zainetto qualche maglia e poco più, gli girai le spalle e me ne andai da casa.

Fu l’ultima volta che lo vidi.

Dopo tanto tanto tempo, alla notizia della sua morte, tornai al casolare di famiglia. Feci solo in tempo a vederlo sul letto patronale e a dargli un bacio sulla fronte gelida, tra gli sguardi pieni di disappunto e rancore di parenti più o meno stretti. Era una cappa che non faceva altro che accentuare i miei, già pesanti, sensi di colpa. Non esser riuscito a salutarlo per l’ultima volta e chiedergli scusa mi fece piombare in uno stato comatoso semi-depressivo. Uscii sul patio per accendermi l’ennesima sigaretta di quella interminabile giornata e il mio sguardo si posò sui campi che fino al giorno prima, evidentemente, erano stati curati dalle mani e dalla schiena dell’uomo che ora giaceva su un letto senza vita. Il riverbero del sole al tramonto, unito alla mia scarsa conoscenza in merito, non riusciva a farmi riconoscere le colture ma mi colpì molto la geometria delle linee che demarcavano zone e sogni.

Fu in quel momento che decisi che vite come la sua, dedite alla cura, avevano ancora ragione di essere in quest’epoca grigia e non potevano assolutamente essere sprecate. Iniziai a studiare da auto-didatta agronomia e metodi di coltura e mi misi al lavoro. Dopo qualche tempo iniziai a vederne i risultati.

Gli esiti erano molto soddisfacenti dal punto di vista morale, molto meno da quello materiale. La crisi imperversava e il raccolto non mi consentiva di pagare alimenti a due mogli e spese scolastiche e mediche a tre figli. Ripiombai nella stato semi-depressivo fino a quando, un giorno, uguale a quello passato sul patio ad ammirare geometrie e nel medesimo punto, accovacciato sui tre gradini a fumare l’ultima sigaretta di giornata, udii una voce che sommessa diceva: “Se lo costruisci, lui tornerà…”

Mi alzai di scatto, entrai in casa per accertarmi che non ci fosse nessuno, la tele e la radio erano spente, il cuore mi salì in gola, andai in cucina e afferrai il coltellaccio che usavo per affettare pane e salumi. Mi dava sicurezza e, come un metronotte, iniziai a girare tutte le stanze per rilevare un intrusione, pronto al peggio. Ma niente, non c’era nessuno oltre a me. Quella notte fu molto agitata, forse dormii in tutto tre ore e a tratti, col coltellaccio accanto. La mattina mi svegliai abbastanza perplesso e scosso e, mentre preparavo la colazione, la sentii di nuovo, questa volta meno sommessamente: “Se lo costruisci, lui tornerà!”.

Pochi secondi dopo ero di nuovo sul patio. Questa volta, alla luce del giorno, avrei avuto un’osservazione chiara e netta di ciò che mi circondava. L’aria era già abbastanza calda ma, come la sera precedente, non c’era anima viva in giro, a parte me.

“Se lo costruisci, lui tornerà!”

Iniziai a scrutare i campi. Il caldo ora iniziava a far sentire pressante la sua presenza. Mi ricordai di voci e leggende che narravano di scarichi fuorilegge in zona. Pensai che, molto probabilmente, nel mio campo, qualche decennio prima, avevano scaricato rifiuti tossici o radioattivi e che, quindi, in quel momento ero vittima di paracusia dovuta a miasmi tossici. Forse stavo diventando psicotico o schizofrenico o avevo un tumore al cervello.

Per distrarmi scesi tra i campi. Iniziai a controllare i vari settori, quando all’improvviso urtai col piede qualcosa che rotolo’ via sparendo sotto il grano. Avanzai di qualche passo, scostando una dozzina di gambi marzuoli e lo vidi. Il vecchio pallone di cuoio sporco e malconcio, anche più grigio di quanto me lo ricordassi. Mi chinai a raccoglierlo e quando mi alzai fui investito da una forte ed anomala scarica di vento freddo: “Lenisci il suo dolore!”. Questa volta la voce era stentorea. “Lenisci il suo dolore!”

Il vento freddo non mi impedì di sudare. I peli su tutto il mio corpo erano dritti come spilli. Un tremendo picco di pressione mi costrinse ad accovacciarmi e a mollare la presa sul pallone. “Lenisci il suo dolore!”.

Mi presi qualche secondo per riflettere. Mi convinsi che non ero malato o vittima di miasmi: era qualcuno o qualcosa che mi mandava messaggi. Pensai ai fantasmi, pensai a mio padre, pensai ai suoi sogni. Ma non capivo cosa avrei dovuto “costruire”, fino a quando il mio sguardo non individuò di nuovo il pallone, lì a meno di un metro.

E tutto mi fu chiaro all’improvviso. Spazio ne avevo; era il tempo che forse scarseggiava. Quella sera stessa avevo già preso appuntamento, per la settimana successiva, con un’azienda di materiali edili e macchine movimento terra.

Un mese dopo, la mia follia era compiuta: avevo destinato buona parte dei miei campi e dei miei ultimi risparmi alla costruzione di un campo da calcio regolamentare, dotato anche di illuminazione artificiale. Per tutti i parenti ero ormai prossimo al ricovero in un centro di igiene mentale, e forse non avevano tutti i torti. Il mio comportamento era da invasato e spesso fuori le righe.

Già le righe. Mi incaricai personalmente di tracciarle con una carriola e del gesso sotto il sole cocente, mentre pochi curiosi osservavano i miei gesti commentando ironicamente. Al tramonto, terminato il lavoro, andai al capanno degli attrezzi a riporre la carriola e, subito dopo, al quadro elettrico per accendere l’illuminazione del campo. Le mie impronte stampate di bianco sugli interruttori mi fecero rendere conto di avere il gesso ormai dappertutto e, mentre giravo su me stesso spazzandomelo via e anelando una fresca doccia, alzai la testa e li vidi.

Erano in due, nel cerchio di centrocampo, con il pallone di papà nelle mani, e mi guardavano. Di nuovo il vento, questa volta gelido, accarezzo’ il mio volto. Di nuovo i peli come spilli sulla pelle. Questa volta anticipai la pressione e mi incamminai timoroso verso di loro. Quando fui a una decina di metri, mi vennero incontro. Avevano indosso una maglia azzurra sbiadita e pantaloncini da gioco lunghi, come avevo visto solo in filmati di repertorio. I loro tratti erano antichi ma nobili, leggermente stempiati e scavati in volto. Quello col pallone in mano mi tese la mano: “Piacere Naim!”; e l’altro: “Piacere di conoscerti, mi chiamo Amedeo!”.

Dopo alcuni secondi di smarrimento, in cui non fui in grado di emettere suono, iniziarono uno dopo l’altro ad aprirsi i cassetti della memoria. Di quando mio padre mi raccontava da piccolo di Uomini e Leggende, di un Napoli che, pur non vincendo niente, era capace di legare a se’ un’intera città, che palpitava di un cuor solo in uno stadio troppo piccolo per contenere tutto quell’amore.

Il Napoli di una Napoli di un trentennio prima. Il Napoli dei suoi idoli adolescenziali.

E li riconobbi. Erano quei due uomini che ora avevo di fronte e che mi sorridevano: il velocissimo e potente albanese Naim Krieziu e il Fornaretto di Frascati Amedeo Amadei, il più giovane calciatore ad esordire nella massima serie e uno dei più grandi della storia calcistica italiana.
“Il piacere è tutto mio!”: furono le uniche parole che mi uscirono in quel momento.

Il Fornaretto, dopo avermi detto che quel posto era simile al Paradiso, mi chiese se poteva invitare alcuni amici a giocare lì con lui. E, alla mia risposta ovviamente affermativa, volto’ il suo sguardo verso il campo di grano che iniziava subito dopo la linea laterale del campo. Come d’incanto iniziarono a materializzarsi diverse figure del tutto simili, per tratti e abbigliamento, a quelle due che avevo vicino. Iniziarono tutti a salutare e ringraziare mentre si guardavano intorno, e capivo che io per loro ero un elemento estraneo, ma non loro per me. Alcuni li riconobbi: il Petisso Bruno Pesaola, il biondissimo e statuario Hasse Jeppson, Paolo Barison e Omar Sivori, il Bisonte chiacchierava amabilmente con El Cabezon. Con delle maglie rossonere altri due volti familiari, erano Liedholm e Nordhal. Vestito di nero c’era Lorenzo Buffon che parlottava con Skoglund in maglia nerazzurra e tanti altri.

In pochi minuti erano già lì a dividersi in due squadre, per somiglianze cromatiche, prendendosi in giro e minacciandosi pesantemente. Dopo dieci minuti di gioco mi fu chiaro il concetto di football per quegli uomini. Tanto agonismo, corsa, potenza, tecnica e gioia. Poco spazio ai tatticismi e alle simulazioni condite dalle nevrosi che ero abituato a vedere nel calcio moderno. Vidi tiri da posizioni impossibili e gesti di assoluto fair-play, abilità tecniche esaltate da fantasie inimmaginabili. Insomma: vidi l’essenza del Calcio. Una gioia per gli occhi.

Non so con quale punteggio fini’ quella partita. Dopo i primi otto gol, avevo perso il conto. Ma so di aver visto la stanca gioia dipinta nel volto sudato di ciascuno di loro. Ormai avevo anche perso il senso del tempo quando, al triplice fischio dell’arbitro (forse Concetto Lo Bello) iniziarono tutti lentamente a defluire dal campo verso il grano. Tanti mi salutavano da lontano alzando il braccio, alcuni mi rivolgevano sguardi pieni di gratitudine. Krieziu mi venne incontro con l’espressione stravolta ma felice di chi non avrebbe mai smesso di correre e, con il pallone tra le mani, mi ringrazio’ con insospettata energia : “possiamo tornare anche domani?”; ed io: “..e anche il giorno dopo e quello successivo Naim!”. Mi sorrise, si giro’ e, nell’andarsene, disse: “Se lo costruisci, lui tornerà!”. “Allora eri tu?”: gli urlai mentre si allontanava, si fermò e rispose:” No… Eri tu!”. Volto’ la testa a destra, spingendomi a guardare nella stessa direzione.

E allora lo vidi. Aveva forse vent’anni ma lo riconobbi subito come se fossi davanti allo specchio: era mio padre, e stava vivendo il suo Sogno. Mi si avvicinò guardandosi intorno. “Che posto magnifico! Piacere di conoscerti!”. “Il piacere è tutto mio!”: questa volta però non furono le uniche parole che mi uscirono in quel momento.

“Vuoi giocare con me, papà?”