SPECIALE CALCIO@ARTE: Pensieri sparsi di arte e juventinità

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Proviamo a fare una lista di luoghi in cui ci sentiamo davvero bene, davvero noi stessi.

Elencherei, in ordine sparso: il letto di casa mia, quello singolo, di quando ero adolescente; la spiaggia dove andavo da bambina con i miei genitori, in Calabria; la cucina di casa mia, che profuma sempre di detergente all’aceto e di qualcosa di buono da mangiare, appena uscito dalle mani di mia madre.

E chi mi conosce lo sa: sono cresciuta, e cresco tutt’ora, a pane (molto), calcio (forse troppo) e quadri.

E sempre chi mi conosce, sa bene che nessuna casa è tanto casa quanto lo sono lo stadio e le gallerie d’arte. Che poi posso restringere quanto volete il campo, mi riesce facile: casa mia è lo Juventus Stadium, casa mia è la Galleria di Arte Moderna di Roma.

Ed è incredibile come le sensazioni che provo entrando in entrambi i luoghi, siano esattamente le stesse. Che le lacrime che nascono da un tuffo del cuore abbiano esattamente lo stesso sapore, e che le farfalle nello stomaco che nascono dall’attesa di superare le biglietterie volino esattamente allo stesso modo.

Posso descrivervi esattamente ciò che provo davanti ad una tela di Lucio Fontana, posso immaginare all’infinito tutto ciò che vorrei nascesse al di là del taglio inferto sulla tela laccata.

Mondi tutti miei, mondi dove magari mi riesce di vedere la mia squadra sollevare la Champions League. Mondi netti, rasoiate di quelle che solo Paulo Dybala sa dare.

Che poi, di Maestro ne abbiamo avuto uno, eccome se lo abbiamo avuto. Andrea Pirlo ha avuto modi e tempi di dipingere sulla tela verde le sue punizioni, ha impresso nei nostri ricordi la violenza e la bellezza, la perfezione e l’audacia. Pensate a Caravaggio, pensate a Giuditta e Oloferne. Il volto contrito, reso gelido dalla tremenda operazione che stava compiendo.

Ci pensate mai alle facce di Pirlo quando tirava? E le vedete oggi, le facce di Cristiano Ronaldo quando si posiziona per un rigore o per una punizione?

Avete mai visto qualcosa di così dannatamente perfetto?

Si, lo avete visto. Soprattutto se sapete chi rispondeva al nome di Pinturicchio. E no, stavolta non mi riferisco all’artista, o forse sì. Fu l’avvocato Agnelli ad affibbiare questo nomignolo ad Alex Del Piero, ma fu Alex a saperlo portare. Alex disegnava, scolpiva, dipingeva, componeva. Era un artista a tutto tondo, e lo sanno bene coloro che erano al Bernabeu nel 2008. Lo sanno perché si alzarono in piedi, come si fa dopo un’esibizione di una voce maestosa, e di un paio di piedi d’oro.

Che poi, oggi, il pianista in squadra c’è davvero. Miralem Pjanic ormai si è affezionato a quel nomignolo, Pjanist, che in effetti sa un po’ di Pirlo. Sarà il ruolo, sarà che tra centrocampisti ci si intende. Pjanic compone, insacca e si porta il dito alla bocca.

È Aria, e non è un caso che aria sia anche il nome di un componimento di Giovanni Allevi, il mio preferito tra i pianisti. Aria per respirare, si chiama. La stessa che tratteniamo davanti a un rigore, e ci gonfiamo come un cagnolino di Jeff Koons.

Per non parlare dell’acqua, quella che prendiamo nelle peggiori giornate di pioggia e grandine in coda ai tornelli, in trasferta, o nei posti lì sotto, dove quasi tocchiamo l’erbetta.  Dove non vediamo l’ora di sbocciare come le ninfee di Monet, di illuminarci come le stelle nella notte di Van Gogh.

Che alla fine non si vive mica di solo pallone. O forse sì.