ÇA VA SANS DIRE – Milonga de amor

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Non ti vergogni? con la fortuna che hai, chiedermi i cinquecento pesos?…“.

Carlos Gardel, suadente voce rioplatense di rara intensità, s’era fatto prestare dei soldi dal Pirincho, all’anagrafe Francisco Canaro. Un Uruguagio come tanti: a fine Ottocento varca il fiume ed ancora bambino si stabilisce a Buenos Aires. Poverissimo, riceve in dono una chitarra da un contadino, un certo don Chicho: gesto di cuore, gli cambierà la vita. Impara a strimpellare e prende a comporre note dai suoni della calle. Mette su un trio con un mandolino, ricavato non so come da una latta d’olio, ed un violino raccattato in un dove imprecisato. Storie possibili solo da quelle parti. Il trio debutta nel villaggio di Rancho, rischiando la vita la sera stessa, allorchè i poliziotti sparano ai delinquenti giusto sotto il palco. Il tango nasce malfamato.

Serata dopo serata, rissa dopo rissa, Pirincho diventa tanto famoso e potente da maneggiare a piacimento le carriere delle cantanti buenairensi: ovviamente, le porta prima a letto. La sua ricchezza, in Argentina, è un luogo comune, onde lo sdegno di Gardel.

Canaro sta facendo due passi lungo le architetture irregolari che delineano il lato ovest del Paseo Colon. Si ritrova a Sant’Elmo, per antonomasia il quartiere di chi ha perso la fede, non si sa in cosa. Passa davanti ad un viejo almacèn, che pressappoco tradurrei quale negozio di alimentari. In un angolo, sporco e rannicchiato, un ubriaco sta piangendo. La strada e la polvere hanno insegnato al Pirincho a leggere nell’anima degli ultimi: si dispone all’ascolto. L’ubriaco, disperato, gli si confessa: la donna che più d’ogni altra ha amato mai è stata sedotta ed è fuggita coll’amante. La ucciderebbe colle mani sue, eppure lo ammette: tornasse ora, la perdonerebbe all’istante. Chè quando l’amore urla, mette a tacere pure il rimbombo sordo della gelosia.

Canaro tradurrà la confessione componendo Sentimiento Gaucho, con ogni probabilità il brano più significativo dell’antologia del tango argentino: affiderà le note pure a Gardel, che nel frattempo doveva avergli restituito i soldi. Il Viejo Almacèn, dov’era accovacciato l’ubriacone, sarebbe diventata la milonga più prestigiosa dell’Universo dove ballare il tango. Perché in Argentina il tango lo ascolti, lo vedi, lo tocchi.

Inevitabilmente avvolto dal mistero e dalla nebbia, come i luoghi da dove è uscito, il tango è l’unica, genuina espressione della miseria e dell’emarginazione dei sobborghi sull’estuario del Rio de la Plata. Appare all’improvviso nel linguaggio comune dei porteños: folle di immigrati italiani, spagnoli, russi, famiglie numerose stipate indegnamente nei conventillos, nei cui cortili le note e i passi uniscono le persone più di quel castigliano sgrammaticato che ciascuno si sforza di parlare. Immigrati maschi, per lo più: eh sì, c’è fila ai bordelli, e troppe volte finisce a cazzotti. S’ingannava l’attesa con il tango, relegato alla plebe e bandito dai salotti buoni: un attentato alla morale, che consente di fare in pubblico cose che finanche nel privato farebbero arrossire.

A sdoganare il ballo ci pensò la Francia: Parigi imparò a conoscere i segreti del mistico, erotico gioco di passi a due, e non seppe più farne a meno. E siccome il mondo cambia ma resta sempre uguale, quel ch’è di moda a Parigi è di moda ovunque: è un attimo, ed il tango conquista la borghesia buenairense ed il mondo intero. Arrivando ai giorni nostri con la freschezza, il vigore e la passione delle origini, con dignità d’arte.

Arte argentina riconosciuta a Parigi.

Qualcuno ha detto che chi non ama il sinistro di Dybala ha problemi coi sentimenti. Io non lo so, però è da quando è stato ufficializzato Sarri alla Juventus che mi sforzo di comprendere. Di comprendere come facciano l’allenatore, Paratici, gli Agnelli, i Savoia ed il Conte di Cavour a non rendersi conto che, nel disegno tattico che hanno immaginato, Paulo Dybala è il centravanti ideale a detonare l’ordigno. Il Napoli di Sarri è stato quanto di più simile al Barcelona di Guardiola si sia visto. Occhi pieni e mani vuote, d’accordo, ma i principi rimangono. Perso Higuain, il centravanti divenne lo spazio, una tela da dipingere con delicatezza e talento. Mertens, poco più che un centrocampista, su quella tela è diventato Van Gogh.

Non c’è un solo motivo tecnicamente valido perché Dybala debba restare ai margini di una squadra di Sarri. Se così dev’essere, è giusto che vada a Parigi dove – è storia – l’arte argentina, altrove marginalizzata, può trovare la collocazione ideale e finalmente manifestare la propria eccellenza.

Dopodichè, il mondo se ne accorgerà, e sarà consacrato il talento.