L’ ANGOLO DEL TIFOSO – Occhio, malocchio, prezzemolo e Juventus

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Ci sarebbe talmente tanto da dire che le parole quasi faticano ad uscire dalla penna in questa calda mattinata di fine agosto. Chissà se le colline sannite hanno lo stesso venticello fresco che accarezza la Mole, Corso Scirea, la Continassa.

Reame senza re: il Comandante in carica si porta dietro gli strascichi di una brutta polmonite, che gli farà ricordare anche la tradizionale sgambettata in famiglia di Villar Perosa. Eppure, perfezionista com’è, Sarri non si sarà perso nemmeno un minuto degli allenamenti guidati dall’ischitano Martusciello, non avrà mai fatto mancare il suo apporto, speriamo non a base di tabacco.

L’intelligenza stilistica del Mister non permette a coloro che sono a lui affini di mollare la maglia bianconera in favore di altre casacche, probabilmente più colorate. È il caso di Sami Khedira, dalle giunture poco più forti del cristallo, purtroppo, ma con una straordinaria mente matematica di cui nemmeno Allegri riusciva a fare a meno, in grado di calcolare le gerarchie di centrocampo pur non brillando più nella corsa.

Che poi correre dovrebbe essere la cosa più scontata e semplice da fare su un campo da calcio. Ma andatelo a dire a Matuidi: quante parole al vento si sono sollevate nell’ultima stagione per quel modo un po’ scoordinato di farsi largo tra le linee, ma quanta meraviglia e gratitudine per quel fiato che non finisce mai. Ha conquistato così il mio cuore: mai con i piedi, poco delicati, ma con la tenacia di chi sa di avere di avere dei punti di forza e sa di saperli sfruttare al massimo delle sue possibilità.

Le stesse emozioni purtroppo non sono mai riuscita a provarle con Daniele Rugani, ormai scalzato nelle gerarchie dei centrali anche dal nuovo arrivato Merih Demiral, che sembrava essere sul piede di partenza fino a che, tra un’amichevole e l’altra, non abbiamo rivisto per più di un attimo l’anima rude e instancabile di Montero. Rugani non mi ha mai trasmesso sicurezza, la certezza di poter fermare l’attaccante di turno. Non è mancanza di tecnica, è comunque uno dei migliori prospetti italiani, ma mi sa più di distrazione facile, cosa che non puoi mai permetterti se sei a difesa della porta di Gigi e Tek.

La distrazione, quella momentanea defaillance che non ha mai fatto parte delle corde di Mario Mandzukic, juventino vero, uomo di acciaio, che poche volte ha perso l’inossidabilità. Mandzu c’è sempre stato quando contava: i due goal al Napoli della scorsa stagione, la rovesciata indimenticabile scolpita nella pietra di Cardiff, la doppietta nella pazza notte di Madrid, quella per cui Ronaldo sta ancora espiando il peccato del rigore insaccato oltre il novantesimo. Mandzu è in esubero? Di certo corteggiatori non gliene mancano. Mentre scrivo, tutte le testate titolano di un interesse del Barcellona, che poi smuoverebbe le corde giuste per arrivare a Maurito Icardi.

Che poi di Icardi, ma ne abbiamo bisogno davvero? Abbiamo davvero voglia di prenderci tutto il pacchetto di un centravanti sì di lusso, ma che manca dell’altruismo che ha caratterizzato il lavoro di Higuain, martire nel ritorno all’indietro? Siamo disposti a mettere da parte lo stile Juve delle poche parole e tanti, tantissimi fatti, che non abbondano nei salotti televisivi griffati casa Icardi? Fossi in Paratici, ci penserei tante e tante volte.

E penserei anche a coccolarmi Dybala, quel ragazzino con la 10 sulle spalle, il talento più cristallino che la Continassa abbia accolto negli ultimi anni. I video del goal capolavoro contro la Triestina affollano il web, e non è certo sudditanza mediatica. Ne ho visti altrettanti quando si è trattato di Harry Kane contro la stessa Juve in ICC,  e di Soddimo in Napoli-Cremonese dello scorso luglio.

Dovremmo imparare che ci sono casi nella vita in cui non è bello ciò che piace, ma proprio ciò che è bello. Oggettivamente bello, che riempie gli occhi, il cuore e la fantasia. U Picciriddu da noi non ha ancora finito il suo tempo. Sento di avere la matematica certezza di un indicibile exploit sotto la guida di Mister Bellezza Sarri, che spero però abbia ben stampato in mente ciò che disse Boniperti e che Allegri fece suo motto, scolpito sui muri del J Museum: dalle parti di Corso Scirea conta solo vincere, e poco importa se a volte si è meno Luca Argentero e più Ragionier Fantozzi.

Gli albi d’oro non si scrivono né con i secondi posti, né con le passerelle. So a cosa state pensando, al confine. Ovvio, c’è stato e ci sarà sempre chi è più bravo di noi, guai a pensare di avere tutto nelle proprie mani. Ma siccome mister Sarri dalle parti di Fuorigrotta c’è stato, spero abbia imparato la gestione degli anatemi: il corniciello Mister, appendilo a mensa, al campo, in palestra. Che nell’ottica dei malocchi, fidarsi è bene, ma non fidarsi è sempre meglio. Chi meglio di una beneventana può dirtelo?