UN CALCIO AL SUPERSANTOS – Steven Gerrard, un gigante del calcio

Condividi

Fedeltà come cosa più importante. Fedeltà come valore più gratificante di tutti. La stessa fedeltà che può avere un cane per il suo padrone.

Otto come il numero della lealtà per il popolo giapponese. Otto come il numero di Steven Gerrard: leggenda, fuoriclasse e figlio prediletto di Liverpool.

Steven gioca a calcio praticamente da quando ha imparato a camminare. All’età di sette anni viene notato da un osservatore che lo porta nei pulcini del Liverpool: è il sogno del piccolo Steven, cresciuto in una famiglia letteralmente malata dei Reds.

Il 15 aprile 1989, la data che cambiò per sempre il calcio inglese e fece prendere coscienza alla “Lady di Ferro” Margaret Thatcher che era necessario intervenire, accadde una tragedia che colpì anche lui.

Allo stadio di Hillsborough di Sheffield, in campo neutro come da tradizione delle coppe inglesi, si gioca la semifinale di FA Cup tra il Liverpool e il Nottingham Forest del mitico Brian Clough.

Ciò che succederà in campo, purtroppo, passerà in secondo piano per gli eventi che conosciamo: 96 tifosi del Liverpool vengono schiacciati dopo il sovraffollamento del settore C dello stadio.

Tra quei 96 c’è anche il cugino di Steven, Jon-Paul Gilhooley, che ha solo qualche mese in più di lui. “Io gioco per Jon-Paul”: è la dedica della sua autobiografia, pubblicata nel 2007, che scalò le classifiche inglesi. Anche perché, probabilmente, Steven Gerrard non sarebbe mai stato Steven Gerrard senza quel nefasto pomeriggio primaverile.

ESORDI

Dopo vari anni passati a fare la trafila nelle giovanili del Liverpool, arriva finalmente la grande occasione: l’esordio in prima squadra contro il Blackburn.

Steven è visibilmente emozionato, sembra quasi non crederci. Il suo allenatore, Gérard Houllier, gli dà un colpetto dietro la testa per incitarlo mentre lui mette la maglia dentro ai pantaloncini.

I capelli sono rossi, quasi quanto la maglia che indossa; in faccia si possono notare i segni dell’età, quei brufoli che smentiscono la sua esperienza tattica e maturità tecnica.

Durante la prima stagione colleziona poche partite, giocando praticamente da rincalzo del capitano Jamie Redknapp, figlio dell’ex manager del Tottenham, e cugino di un altro ragazzo che si sta facendo conoscere in quelle stagioni e di cui sentiremo parlare in futuro: Frank Lampard.

Gerrard segna il suo primo gol con la maglia del Liverpool: nella sfida di campionato contro lo Sheffield Wednesday riceve il pallone da Rigobert Song sulla trequarti, supera in velocità due difensori e, arrivato davanti al portiere, piazza il pallone nell’angolino più lontano.

LA PRESA DELL’EUROPA

Con il nuovo millennio, iniziano ad arrivare anche i primi trofei per il ragazzo di Whiston: i Reds conquistano la FA Cup, la Coppa di Lega e la Coppa UEFA, partendo addirittura dai preliminari, in una folle finale con l’Alaves.

Uno storico “Treble” per gli uomini di Houllier e il premio come miglior giovane europeo dell’anno per l’allora numero 28 inglese.

L’anno dopo il Liverpool arriva secondo in campionato dopo l’Arsenal di Wenger, mentre il percorso europeo si ferma al cospetto dell’outsider Bayer Leverkusen, di cui abbiamo già raccontato.

Ma è nel novembre 2003 che cambia per sempre la carriera di Gerrard: per volere di Houllier, ormai in scadenza di contratto, gli viene concessa la fascia di capitano, per le doti di leadership e l’applicazione mostrata in tutte le sue apparizioni. La stagione 2003/04 è però ricca di delusioni per il Liverpool.

Houllier va via e arriva uno spagnolo cicciottello di mezza età che ha appena vinto la Liga e la Coppa UEFA alla guida del Valencia: è proprio quel Rafael Benítez che convince Gerrard a rimanere ad Anfield, resistendo alle pericolose sirene del Chelsea appena acquistato dall’oligarca russo Abramovich.

Parte la stagione 2004/05, la più intensa per il Capitano e per tutta la Liverpool di fede rossa

La stagione non inizia bene per Gerrard: il numero 8 si infortuna a inizio settembre nella partita contro il Manchester United e rimane lontano dal terreno di gioco fino all’ultima partita del girone di Champions. Un match decisivo per i Reds che ospitano l’Olympiakos per decidere la qualificazione.

Serve una vittoria con due gol di scarto per passare ma, dopo un quarto d’ora, gli ospiti vanno in vantaggio con un calcio di punizione tagliato di Rivaldo che si era procurato lui stesso dopo aver creato scompiglio nella difesa inglese.

Si va negli spogliatoi, con la squadra del Pireo virtualmente agli ottavi. Pochi minuti dopo il rientro in campo, Luis García scatta sulla fascia sinistra bruciando il suo marcatore, mette in mezzo per Sinama-Pongolle che insacca facilmente. 1-1: ne servono altri due.

Dieci alla fine. Cross di Sinama-Pongolle, colpo di testa di Xabi Alonso parato dal portiere  ma sulla respinta si fionda Neil Mellor che insacca. 2-1. Sarà l’unico gol del centravanti originario di Sheffield con la maglia del Liverpool.

Ultimo minuto. Anfield continua a cantare e sostenere i suoi. Carragher mantiene il possesso di palla sul lato sinistro dell’area di rigore avversaria, crossa come meglio può per la testa di Mellor che la gira indietro verso Gerrard. È un attimo. Il Capitano sgancia una cannonata di collo che si insacca all’incrocio. È il gol qualificazione. È il gol del riscatto per Gerrard, appena tornato dall’infortunio.

Anfield ruggisce: le emozioni sono forti e difficili da trattenere anche per chi ha dettato legge in patria e all’estero per decenni. Gerrard si fa trascinare dal pubblico, allarga le braccia, urla la sua gioia per un gol così voluto e poi corre ad abbracciare i suoi tifosi. È tornato. Questo è il gol che spiega tutto Steven Gerrard: coesistono potenza e precisione in un mix letale.

LA FINALE DI INSTANBUL

All’Ataturk di Istanbul va in scena la finale di Champions League: Milan-Liverpool. Ciò che successe in quella notte di fine maggio è noto a tutti e ancora oggi non trova una spiegazione razionale, che forse non arriverà mai.

Ad iniziare quella rimonta fu proprio Gerrard: il gol sul cross di Traoré prima e il rigore procurato e realizzato in due tempi da Xabi Alonso, poi. Quando si arrivò ai rigori non fu nemmeno necessario il suo tiro perché il polacco Dudek stregò Pirlo e Sheva e “costrinse” al tiro alto Serginho.

L’espressione smarrita dell’Usignolo di Kiev è l’immagine simbolo di quella partita. Mentre a Liverpool si celebrava, ancora una volta, il Capitano: era stato proprio lui a guidare la squadra in un’impresa dai risvolti epici e forse impossibile da replicare.

A questo punto il Pallone d’oro sembrava inevitabile per Gerrard, visto che Maldini lo avrebbe meritato nel caso in cui il suo Milan avesse vinto a Istanbul, ma tutto questo non accadde.

Il riconoscimento doveva andare al leader del Liverpool. Punto. Alla fine il numero 8 di Whiston terminò addirittura al terzo posto dopo il vittorioso Ronaldinho e il connazionale Frank Lampard.

Dopo un’altra finale, sempre contro il Milan, questa volta persa, Gerrard continua a segnare e a far gioire i tifosi Reds. È un godimento puro: fuori dal campo e nel tappeto verde, anche se il Liverpool, di lì a poco, avrebbe cominciato a stentare in campo nazionale ed internazionale. Il capitano, però, non mollava e non molla. Resta l’ultimo baluardo di una nobiltà in evidente decadenza.

NAPOLI NEL DESTINO

Nel 2009/2010 Benitez lascia Liverpool, i Reds continuano a stentare in campo nazionale ed europeo. Cosa di per sè assurda, se pensiamo che il Liverpool è la squadra più gloriosa d’Inghilterra.

C’è una partita in particolare che ricordo della stagione 2010/11. Un match strano il cui protagonista fu uno Steven Gerrard particolare, diverso dal solito: più feroce e opportunista di quanto era mai stato in passato. Anfield.

Ultima giornata del girone. Il Liverpool, orfano di Fernando Torres, schierava giocatori troppo mediocri per la storia del club mentre il Napoli, che in quegli anni era in crescita costante, poteva contare sui tre tenori Cavani, Lavezzi e Hamsik.

La partita era indirizzata a favore del Napoli, passato in vantaggio ad inizio partita con la rete del Pocho su assist di Cavani, mentre il Liverpool non era pervenuto.

Poi ad inizio ripresa era entrato il Capitano al posto di uno dei più grandi flop della Premier, il serbo Jovanovic, e la partita era svoltata.

Prima il buio, poi la luce forte e accecante del suo campione: il pareggio sul retropassaggio folle di Dossena, il vantaggio su rigore assegnato dopo il fallo in ritardo di Aronica e il definitivo 3-1 in contropiede all’ultimo minuto con un morbido lob ai danni di De Sanctis. Una tripletta meravigliosa per completezza, realizzata con sconfortante semplicità.

UNA NUOVA STORIA

Poco dopo in Merseyside si comincia a respirare una nuova aria.

Ad Anfield è arrivato un centravanti di ottime qualità, troppo istintivo e nervoso quando le cose non girano bene: si chiama Luís Suarez come il grande Luisito, ma è un uruguagio orgoglioso e ha fatto volare l’Ajax negli anni precedenti.

È la seconda opportunità per il Capitano: dopo l’addio di Torres non aveva più trovato un attaccante con cui provare a portare finalmente il titolo a Liverpool.

La stagione 2012/13 è un momento di passaggio, un doloroso crocevia: sulla panchina dei Reds si siede il nordirlandese Brendan Rodgers che impone il suo stile di gioco rapido in transizione, fatto di poche ma efficaci combinazioni in verticale nelle ripartenze.

Quello stile che aveva stupito tutti quando era stato applicato dallo Swansea e definito “Swanselona”. Come detto, il primo anno arriva un deludente settimo posto e la precoce eliminazione da tutte le coppe ma Suarez è secondo nella classifica dei capocannonieri, dietro van Persie, che guida i Red Devils all’ultimo titolo vinto ad Old Trafford.

Nel 2013/14 sembra essere arrivata finalmente la grande occasione che tutta Liverpool e lo stesso Gerrard stanno cercando da 24 anni: il titolo sembra vicino visto che nella terzultima giornata si affrontano i Reds e il Chelsea, le prime due della classe, in uno scontro decisivo.

Ma anche in quella stagione la sfortuna non molla i Reds, che non riescono a vincere il campionato.

Il Liverpool, col tempo, tornerà a vincere (in campo europeo) e a prendersi quelle soddisfazioni che il Capitano avrebbe meritato.

Da Liverpool ha visto passare tanti giocatori, ha fatto esultare Anfield e il “You’ll never walk alone” continua ad essere cantato dai tifosi. Grandi giocatori si sono avvicendati, sono stati accolti e poi hanno salutato. Ma Steven è sempre rimasto. Lui c’era e c’è sempre stato. Non ha mai davvero finito di giocare con quella maglia.

Si può decidere di tifare per una squadra, per dei colori ed è bellissimo avere una fede calcistica per un club.

Steven Gerrard era uno di noi, era uno di quelli che entrava in campo da tifoso e dava tutto per regalare emozioni ai propri fans.

Allora non ci resta che sperare che prima o poi rinasca un nuovo Gerrard, per continuare a sognare, per continuare a vedere nel calcio (si, anche nel calcio!) la speranza di una storia migliore.