A(F)FONDO – Storie di calcio, storie di uomini: la FOLLO di Manchester

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A ridosso dell’inizio delle varie competizioni sportive, abbiamo scelto di soffermarci su una notizia che il Corriere della Sera aveva riportato negli scorsi mesi. Si tratta di una storia che fa bene al cuore e che, soprattutto, ricorda quanto lo sport in generale (ed il calcio nello specifico) rappresenti tante cose, non limitate a titoli e trofei ma inerenti sempre, anche e comunque, la dimensione emotiva.

Siamo in Inghilterra, precisamente a Manchester, dove è stata fondata una squadra di calcio molto particolare, composta da 26 giocatori, tutti papà, riuniti per contrastare e sopravvivere ad uno dei dolori più grandi, se non il più grande che si possa immaginare: la perdita di un figlio.

L’ideatore è stato Gary Berkley che ha realizzato il sogno di suo figlio. Sammy gli chiedeva sempre di allenare, così lui, dopo un periodo estremamente difficile in cui non riusciva neppure ad uscire di casa, devastato da un dolore così insopportabile che gli ha fatto addirittura valutare l’ipotesi del suicidio, ha deciso di fondare questa squadra.

Si è mosso allora per cercare altri calciatori. Ha postato un annuncio su Facebook ed ha deciso anche di giocare, scegliendo per sé la maglia numero 14, come l’età che aveva Sammy quando è stato investito da un’auto nel dicembre 2017. Padre e figlio condividevano una grande passione: il calcio e la loro squadra del cuore, il Manchester United.

Proprio per questo, Gary ha deciso di ripartire da qui, da questa passione che gli consente, in qualche modo, di rimanere in contatto col suo Sammy e di continuare a sentirlo vicino.

Ad inizio anno, dunque, è nata la FOLLO, For Our Lost Little Ones, in nome ed in ricordo dei figli perduti. La maglietta della squadra è blu ed il gruppo si allena ogni domenica in un campetto di periferia.

Quando si vivono sulla propria pelle alcune esperienze così forti, diventa più semplice parlare con chi le ha vissute e più difficile, a volte, rapportarsi agli amici che non sempre sono in grado di comprendere appieno un dolore indescrivibile come quello della morte di un figlio.

Questi papà vivono tutti a Manchester o nelle zone limitrofe. A fungere da collante è un trauma così difficile da condividere proprio perchè, a volte, il dolore non ha parole ed in certi momenti non ne vuole proprio. “Lieve è il dolore che parla. Il grande dolore è muto”, scriveva Seneca.

Insieme, questi uomini non fanno terapia ma si sentono meno soli, anche semplicemente per il fatto di sapere che, alle volte, basta uno sguardo a comprendere certi vissuti e certe sensazioni. Si percepiscono e si vivono come una piccola famiglia calcistica che ha trovato il modo di sfidare e di sopravvivere al dolore, uno di quelli che tolgono il fiato e che rendono la vita inevitabilmente ed irreversibilmente diversa.

Grazie all’annuncio su Facebook, Gary ha trovato tanti che, come lui, erano alla disperata ricerca di un modo per salvarsi e per sentire di appartenere a qualcosa o a qualcuno, ad un progetto, ad un gruppo che contrastasse quel senso di vuoto e di mancanza di significato che un lutto o una perdita innescano.

Persone capaci di offrire un abbraccio quasi “come se fosse una casa, un luogo e, contestualmente, un mezzo di trasporto”.

Se si pensa che in Gran Bretagna il suicidio pare sia la prima causa di morte per gli uomini sotto i 50 anni, si comprende ancora più chiaramente la portata dell’iniziativa. Gary ha compreso che quella maglia e quella passione lo avrebbero fatto sopravvivere ad un dolore che cambia la percezione di tutte le cose.

“Bisogna trovare, in mezzo ai pensieri che ci danno dolore, la strada dei pensieri che ci danno forza”.

Tra poco ricominceremo a leggere e a parlare di titoli, trofei, vittorie e sconfitte. Di Triplete, Campionati vari e Champions League. Ma è chiaro a molti che si tratta solo di alcuni aspetti di uno sport così bello, capace di segnare le infanzie dei bambini e dei ragazzi sui campetti di periferia, di scrivere pagine importanti di sport e di generare vere e proprie imprese, come la storia raccontata.

Perché come anche Pasolini si chiedeva: “qual è la vera vittoria? Quella che fa battere le mani o quella che fa battere i cuori?”.

Gary lo ha ben chiaro e lo ha reso evidente anche a tutti noi.