SPECIALE NUMERO 7 – Un brasiliano a Nettuno

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Ho sempre pensato che i comportamenti ed il modo di giocare in campo evidenziassero il carattere delle persone, attribuendo ad ogni posizione e ruolo connotazioni particolari.

Ci sarà una spiegazione di derivazione ancestrale, non lo so.

O forse di natura psicologica, considerato che il ruolo consente di mostrare il proprio altruismo o il proprio egoismo.

O forse, molto più semplicemente, per un bambino vedere quel numero indossato da moderni eroi, narrato poi da moderni cantori, è qualcosa di molto emozionante e genera fantasie e sogni.

Sta di fatto che anche chi scrive è stato sempre attratto da quei numeri di maglia, ed in particolare dalla meravigliosa maglia numero sette.

La prima volta che ebbi a che fare con un campo da calcio regolamentare mi trovavo a Roma; i miei zii ne curavano tre in terreno battuto e, quando ero ospite loro, spesso ero precettato ad aiutare nei rituali pre-partita. La posa del gesso per le linee, i controlli alle caldaie per gli spogliatoi perché… “stanno ‘a ariva’ i regazzini” e cosi via. Insomma, la domenica mattina era una festa continua: centinaia di persone, tra pubblico e giocatori, partecipavano alle varie partite delle diverse categorie della FIGC.

E si respirava Calcio, quello vero.

Sul viale de’ Romanisti si può facilmente immaginare l’aria pregna di giallo e di rosso, rinfrescata dal venticello di Rugantiniana memoria. Fu così che nacque la mia simpatia per “la Magica”, che in quegli anni iniziava a prendersi delle meritate soddisfazioni. Era la Roma del Barone Liedholm, del compianto e tragico Agostino Di Bartolomei e, soprattutto, di Bruno Conti da Nettuno.

Un metro e sessantanove di fantasia, grinta, cuore, velocità e tecnica sublime. I difensori avversari al suo cospetto, spesso, erano costretti come birilli a fare da spettatori alle sue giocate. E, dalle semplici soddisfazioni in campionato, col trascorrere di qualche anno Bruno Conti arrivò a trascinare i giallorossi a vincere uno storico Scudetto, non prima di esser protagonista con la Nazionale nella conquista di un ancor più storico Mondiale, arrivando ad uno stato di forma e di grazia esaltante nei pieni anni ottanta.

Beh, a parte la tecnica sublime ahimè, io ero Bruno Conti. Tanti miei coetanei lo erano.

E in un’Italia che, in quegli anni di piombo, era attraversata da eventi politici e sociali funesti che squarciavano il Paese, il brasiliano di Nettuno fu un simbolo: la faccia bella e semplice di un’Italia bella e complicata.