L’Editoriale – “Pensavo fosse amore… invece era un calesse”

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Pochi giorni fa, in occasione dei venticinque anni dalla sua morte, è stato ovunque ricordato l’immenso Massimo Troisi, che ha lasciato un patrimonio artistico eterno, fra cui la sua ultima opera registica: “Pensavo fosse amore…invece era un calesse”. Non un film d’amore, un film sull’amore. Precisamente una pellicola sulla filosofia dell’amore nella quale l’arte di raccontare i sentimenti tocca l’apice. Un film di indubitabile valore estetico che, dietro un’apparente semplicità, nasconde precisione, accuratezza e tutta quella complessità insita in tanta bellezza. Troisi era un esteta.

Proprio come Sarri.

Di lui si sta dicendo e scrivendo di tutto. Poco importa comprendere se sia o meno un traditore o se e a chi sia stato coerente. Del resto, “l’amore è  come il carbone: scotta quando arde e sporca quando è freddo”. E di Sarri sono innamorati in tanti.

Maurizio: l’uomo che si è presentato come tifoso, prima che come allenatore della sua squadra del cuore, anteponendo gli aspetti passionali a quelli professionali. Colui che si è interfacciato sempre senza filtri, rappresentando le sue idee, i suoi pensieri, i suoi gusti letterari e politici, i suoi credo, senza scendere a patti e senza accettare compromessi. L’uomo che ha conquistato un popolo in virtù delle sue dichiarazioni intense, della sua passionalità, della sua immediatezza e di quella sua apparente timidezza. Il simbolo di un sogno, quello di non smettere mai di credere di poter seguire la propria strada, e quello di allenare la propria squadra portandola ad un passo da ciò che lo avrebbe definitivamente consacrato alla storia. Ma, a prescindere da quello che è stato in termini di risultati, lui dal popolo napoletano è stato eletto a mito.

La bellezza della salita all’Olimpo, però, è quasi sempre proporzionale alla caduta. A volte accadono eventi che determinano la fine di chi simbolicamente ha rappresentato un’entità che, di fatto, va oltre la realtà. Un ideale, una somma di proiezioni e speranze, di sogni e desideri. Un eroe umano in cui è possibile identificarsi in virtù di valori e idee mostrate, per umiltà e background che lo avvicinano a tanti: idealisti, romantici, sognatori. Ma, nonostante la fatica, la “morte” virtuale dell’eroe è necessaria perché porta ad un senso di pacificazione. E perché quell’eroe, spesso, siamo noi, con tutto quanto di lui risuona in noi.

Questi stessi processi sono alla base di tutte le dinamiche amorose. Ogni forma di innamoramento, finito il tempo dell’idealizzazione, necessariamente impatta con la realtà, determinando sentimenti contrastanti, di delusione e di attaccamento.

Nel suo meno poetico ma più realistico film, Troisi indaga gioie e dolori dell’amore, senza la presunzione di voler insegnare nulla e senza la pretesa di voler risultare esauriente.

Troisi non aveva risposte.

Non gli interessava. Perché ciascuno, nella danza dei sentimenti, prima o poi, fa i conti con l’imprevedibilità di essi, con la mutevolezza e con i cambiamenti innescati dal complicato e complesso percorso delle relazioni. E Troisi si è sempre mostrato per quello che era: dubbioso, insicuro, con tante domande e poche risposte, a volte contrastanti. Come la vita. Come l’amore. Come i rapporti umani.

“Capisco adesso perché questa passione ha attecchito in me così durevolmente”, scriveva Camillo Sbarbaro: “Rispondeva a ciò che ho di più vivo: il senso della provvisorietà”.

E le vicende di Sarri ci riportano proprio a questo: a quanto sia difficile “man-tenere”, conservare. Un’idea, un sogno, un ideale, un legame.

Poco conta cosa accadrà di qui ai prossimi giorni, la formalizzazione del passaggio di Sarri alla Juventus. Non contano i risultati. Ancora una volta. Contano le emozioni. Da quelle che hanno caratterizzato i tre anni al Napoli a quelle che, con risvolti diversi, stanno scandendo i passaggi delle trattative e stanno accompagnando le trasformazioni del personaggio Sarri che, nelle interviste rilasciate, evidenzia altre sfumature della sua personalità.

Ma, come sottolineava Jung: “E’ vero tutto e il contrario di tutto. Questo complica le cose ma così è la vita”.

La poesia, dunque, lascia il posto ai dubbi. Proprio come nel film di Troisi. E il dubbio rappresenta l’unica consolazione al “mal d’amore”.

In questa vicenda, infatti, sarebbe ipocrita prendere una posizione netta. Quando la prima della classe ti chiama a sé, che tu sia la scelta A o B, si tratta di cogliere la possibilità di cambiare definitivamente la tua storia.

La tua.

Non quella di un popolo, paradossale e diverso come quello napoletano, così ben rappresentato dal genio di Troisi, con quell’ironia che cela e copre un amaro disincanto ed un forte senso di accettazione della realtà; con quella leggerezza sotto la quale si nasconde tanta profondità; e con quell’apparente allegria, altra faccia della medaglia di una pervasiva malinconia.

“Pensavo fosse amore invece era un calesse” non è un film che possono apprezzare i bambini né i romantici né i sognatori. Ma i realisti si, perché è vero.

La storia di Sarri si può e si deve accettare ma è difficile da comprendere, sia per i romantici sia per i pragmatici che, nonostante la centratura sulla dimensione reale, sono comunque obbligati a fare i conti con le emozioni e con l’imponderabile insito nei rapporti umani.

Tempus valet, volat et velat. Solo il tempo dirà se è stato compromesso anche il ricordo. E la maturità pare essere il premio di chi impara a “perdere” serenamente.

Ripensandoci bene, però, per affrontare questo dilemma emotivo, bisognerebbe affidarsi proprio ai suggerimenti di Troisi, secondo il quale: “non bisogna amare per amore ma per schifo. Perché l’amore finisce ed è una delusione. Anche lo schifo finisce, però è una soddisfazione”. E allora: “FORZA J…….”  No, Massimi’. Questo è veramente troppo.

Come dicevi tu: “Lasciatemi soffrire tranquillo”.