L’Inter e il vaso che trabocca

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Esasperante. Non c’è aggettivo migliore per descrivere l’ultimo mese interista. Nelle ultime sei apparizioni (nel vero senso del termine) tra campionato e coppa, i nerazzurri hanno raccolto soltanto una vittoria, di misura e su rigore, in casa contro l’Udinese.

La caduta dalle stelle della Champions

In questo filotto negativo, tuona ancora (e forte) la caduta dalle stelle della Champions, un’uscita di scena che lascerà strascichi e malumori per l’intera stagione in casa Inter. E non tanto per l’eliminazione in sé, che in un girone con Barcellona e Tottenham poteva anche essere preventivata, ma per il modo in cui è arrivata. E per il fatto di aver gettato al vento due chances di qualificazione ampiamente  alla portata dei nerazzurri: a Londra col Tottenham bastava un pari ed é arrivata una sconfitta; a Milano col Psv (già fuori dai giochi) serviva una vittoria ed è finita in pareggio. Cio’ che sorprende, al di la’ dei risultati negativi, è soprattutto l’atteggiamento con cui l’Inter ha affrontato questa fase così importante della sua stagione, compromettendo il passaggio del turno in coppa e segnando un solco definitivo tra sé e la vetta in campionato (-16 dalla Juventus e -8 dal Napoli).

Le colpe di Spalletti

Il primo ad essere sul banco degli imputati è ovviamente l’allenatore (e le sue scelte), ritenuto dalla maggior parte dei tifosi il primo responsabile del fallimento nerazzurro. E’ vero che sono i giocatori ad andare in campo, ma le mosse di Spalletti di quest’ultimo mese hanno destato piu’ di una perplessità. In primis, l’incapacità dell’allenatore di saper leggere le partite e di saper trovare una chiave tattica, soprattutto a gara in corso, in grado di spostare a proprio favore gli equilibri del match. Anche le valutazioni del tecnico toscano su alcuni giocatori non hanno portato i frutti sperati. Solo per citarne alcune: l’inconsistenza di Perisic, tornato al gol ieri ma totalmente involuto rispetto a un anno fa (effetto Mondiale?); la rinuncia a Politano in fasi di gara decisive in cui il guizzo dell’esterno d’attacco poteva essere ancora determinante (vedi le sostituzioni contro Juventus e Psv); lo scarso utilizzo di Lautaro Martinez, giovane di talento su cui l’Inter ha investito molto e che ha dimostrato di vedere bene la porta nelle partite in cui gli è stata data fiducia dall’inizio.

Anche sul piano mentale l’Inter nelle ultime sei gare ha dimostrato di essere svogliata e fragile, oltre che distratta, facendosi rimontare contro Roma (due volte) e Chievo nel finale, e subendo contro il Tottenham un gol decisivo nei minuti conclusivi. Anche in questo la società e soprattutto il tecnico non hanno evidentemente saputo trasmettere ai giocatori quella concentrazione e mentalità occorrenti quando la posta in palio diventa alta. Tutte gocce di un vaso che ormai trabocca, nonostante il terzo posto in classifica sia saldo, più per i demeriti di chi sta dietro (Lazio e Milan), che per i meriti dell’Inter.

La cura Marotta

Ecco che allora Marotta, fino a tre mesi fa “nemico” numero uno, ora è acclamato da tutti come il salvatore della patria. Anche se ieri, nel pre partita di Chievo-Inter, il nuovo Amministratore Delegato per l’Area Sportiva ha dichiarato a Sky Sport che “immaginare di andare sul mercato e trovare dei giocatori consoni a quella che è la nostra strategia è molto difficile. Non ci saranno sicuramente colpi a sensazione”. Parole che frenano un po’ i facili entusiasmi del popolo interista, rincuorato però dal diktat vincente delineato dallo stesso dirigente: “Quello che oggi deve ritrovare l’Inter sono i risultati sportivi e, soprattutto, alzare un trofeo, cosa assolutamente importante”. Era da anni che nessuno pronunciava più la parola “trofeo” in casa Inter. La speranza è che gli obiettivi di “seconda fascia” (Europa League e Coppa Italia) diventati ormai gli unici di questa stagione, siano uno stimolo per invertire la rotta. Per evitare che il vaso arrivi all’ultima goccia.