Inter, si salvi chi può

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I cattivi presagi della vigilia si sono avverati. La trasferta orobica resta un tabù per l’Inter che negli ultimi dieci anni a Bergamo ha collezionato una figuraccia dopo l’altra. Ieri l’ultima di una lunga serie per i milanesi, meritevoli di un passivo anche più pesante del 4-1 finale. C’è chi imputa questa debacle alla profusione di energie fisiche e mentali spese nel turno di Champions League contro il Barcellona, culmine di una serie di impegni ravvicinati tra campionato e coppe, in cui i nerazzurri avevano raccolto forse anche più di quanto ci si potesse immaginare.
La pancia un po’ piena, la testa già alla sosta o forse l’illusione di saper gestire con l’esperienza la vivacità dei giovani di Gasperini, hanno colto di sorpresa un’Inter totalmente sovrastata dalla veemenza dei bergamaschi. E dire che Icardi e compagni erano comunque riusciti a rimanere in partita, grazie ad almeno tre super parate di Handanovic e al solito gol del bomber argentino (il settimo stagionale in Campionato) che sembrava aver rimesso in equilibrio la gara, almeno dal punto di vista numerico, dopo un tempo completamente al buio.
Invano. Perché l’inerzia del match è rimasta appannaggio dei nerazzurri di casa, che hanno continuato a spingere contro una diga, quella interista, che già aveva dato ampi segni di cedimento. Fino al crollo definitivo.
La piovosa trasferta di Bergamo ha perciò restituito al Campionato un’Inter involuta e mai così vulnerabile in difesa, che in un pomeriggio ha subìto quasi la metà delle reti incassate nelle prime dodici giornate (4 delle 10 complessive). Emblematiche le sequenze di gioco, in fotocopia, da cui sono nati il secondo e il terzo gol atalantini, entrambi da calcio piazzato di Ilicic ed entrambi con due difensori (Mancini prima e Djimsiti poi) lasciati incolpevolmente liberi di staccare in area di rigore. Sintomo di poca concentrazione e troppa leggerezza. Ma le note più preoccupanti sono arrivate dal centrocampo: senza idee, incapace di dare un’identità di gioco alla squadra e ancor meno di arginare le iniziative avversarie.

Forse la sosta cade a pennello, per tirare in parte il fiato (sono 12 i nerazzurri convocati dalle rispettive Nazionali) e ritrovare le convinzioni maturate nell’ultimo mese e mezzo, dove solo il Barcellona al Camp Nou aveva avuto la meglio sull’Inter. Anche perché tra due settimane un altro tour de force aspetta gli uomini di Spalletti, con sei partite in venti giorni, tra cui le sfide decisive di Champions (Tottenham a Londra e Psv in casa) e le trasferte di Campionato contro Roma e Juventus.