L’Editoriale – L’anabasi del Caduto

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Mi è complesso, alle volte, dover parlare di Gonzalo Higuain. Seppur il tifoso, il partenopeo che è in me sente ancora ardere in cuor suo la ferita inflitta, tempo fa, dall’argentino, ora come ora non posso che provare tristezza, per l’ingloriosa fine a lui toccata.

Tristezza e biasimo.

Higuain, il re

Perché Higuain è stato un re che, per scelte sbagliate – ed intenzionali -, ha deciso di prendere una daga ed infliggersi una ferita mortale. Ha deciso, tra lo scherno delle genti, di spogliarsi del suo abito regale, e come un vecchio pazzo andar di qua e di là, tra la folla, sbraitando parole senza alcuna posa, senza alcuna logica. Solista, all’apice del suo potere; solitario, alla caduta dei suoi costumi. Ma pur sempre solo. 

E’ stato re, Gonzalo Higuain. E’ stato la pepita di Napoli, riprendendo il soprannome affibbiatogli in patria, in Argentina – El Pipita, la pepita, a suggellare il suo immenso talento -, e aggiogandolo ad una cultura forte, propria, verace. E’ stato re, lui: bellicoso, scontroso, spesso primadonna. E Napoli lo ha lasciato fare, perché diciamocelo chiaramente: chi ha la testa sulle spalle, a Napoli, ha vita breve.

E’ stato re, Gonzalo Higuain. Lui, e non altri; lui, artefice di gioie, risa e pianti dei discendenti di Partenope. Lui, e non altri, ha mantenuto in piedi il sogno Napoli, prendendosi sulle proprie spalle, larghe e forti, l’attacco azzurro, segnando trentasei goal in una sola stagione. Trentasei.

E’ stato re, Gonzalo. Perché ha dato realtà un sogno, che la Napoli intera aspettava da sempre.

Ha dato vita. Così come l’ha tolta.

Higuain, il caduto

Ha dato vita così come l’ha tolta. La daga, sguainata, fredda alla pelle, brucia nelle carni, fende muscoli e tendini. La bramosia, la malattia dei re, è forse il peggior male per un uomo. Poiché l’animo è fragile, se non sorretto da ferree convinzioni, e cade di fronte all’ostacolo che crede di non superare.

Gonzalo Higuain si è spinto troppo oltre, senza accorgersi che le sue convinzioni erano rimaste indietro. Legate, forse, all’amore del popolo partenopeo, all’essere re in una città di adoranti. Alla Juventus si è spogliato delle vesti regali, ha indossato la giacca, la cravatta; ha timbrato il cartellino. Uno tra i tanti e forse, addirittura, l’ultimo tra i tanti.

E’ qui che la bramosia perde il suo effetto. E’ qui che Higuain capisce che, forse, avrebbe dovuto compiere altre scelte. Re spogliato, ora nudo agli occhi di giudici impietosi, perde di vista ogni sua ambizione; in campo lo si vede poco, e lo si riconosce ancor meno. Diventa presto un peso, un fardello, una grana da allontanare al più presto dagli ambienti bianchi e neri, dove la perfezione è obbligo morale.

Si sposta dal Piemonte alla Lombardia, con il Milan, sarto novello, che prova a ricucire quella veste ormai logora e sgualcita da re. Ma del vero Higuain, l’idolo della folla, il Gilgamesh dei Barrio argentini, ne rimane soltanto l’ombra. Liti, in campo e fuori, lo rendono presto un personaggio inviso all’ambiente, tanto da cederlo dopo soli sei mesi, al fine di non vederlo più.

Le presenze in Premier League, d’altro canto, non possono che essere considerate che una semplice apparizione, e nulla più, offuscata, per giunta, dal putiferio mediatico scatenato sul suo mentore e maestro.

Mentore e Maestro. 

L’uomo che a Napoli lo ha preso grezzo, sporco e lacero; che lo ha raffinato, rendendolo un prezioso diamante. L’uomo che, al suo atroce tradimento, ha voluto, solo contro il mondo, spendere per lui parole d’incoraggiamento, volte, come a dir: “Un padre non abbandona mai il proprio figlio”. Ed Higuain s’è cullato dietro queste dolci e suadenti parole, bramando – con quell’ultimo briciolo rimasto – di tornare, un giorno, tra le sue braccia.

Il Chelsea dà lui questa possibilità; ma ciò che trova è un padre differente, apatico, eroso dal suo stesso – incerto – futuro. Un padre che, come potrà notarsi poi, non farà altro che farlo cadere nella più buia follia.

Higuain, il folle

“Gli voglio bene, ma voglio essere modesto. Qui ci sono dei dirigenti che devo ascoltare, non voglio impormi”. 

Se, davvero, nella vita esiste un effetto boomerang, quest’ultima è la sua più grande apparizione. Il re traditore e tradito, spoglio delle sue vesti, flagellato da eventi funesti ed ora, proprio ora, abbandonato dal suo porto sicuro. La follia di Higuain nasce da questo. 

Dal re ammalato, caduto e mai più rialzato. Dal re che, vessato, ha preferito rendersi all’oblio della follia.

Ma, si badi bene: la sua è una follia muta.

Non ha proferito mai parola. Né quando i Blues gli hanno riferito che per lui, a Londra, non c’era spazio; né quando Sarri l’ha pugnalato, freddamente, alle spalle, vestendo il migliore dei sorrisi e una cravatta di Marinella – lui, che è sempre andato in tuta. Né quando, infine, la stessa corazzata sabauda lo ha, gentilmente, accompagnato all’uscita. Da lui, abituati ormai ai continui nevroticismi del re caduto, di certo non ci si aspettava questa muta follia.

Il fratello, agente e primo consigliere del centravanti ha ammesso: “La Juventus è l’unico club con cui giocherà in Italia”. Ora, dunque, dovrà ingegnarsi, al fine di permettere al proprio assistito di trovare un nuovo club che lo accetti. Misero, lacero, ingobbito dalle vessazioni; l’ombra di ciò che è stato e a cui non ritornerà.

Per regalar lui, forse, un po’ di pace dal folle oblio in cui è caduto, negli ultimi anni di una carriera che sarebbe di sicuramente potuta andare diversamente.