L’amore è eterno finché dura

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“L’amore è eterno finché dura” non è solo la commedia dolce-amara di Verdone ma una riflessione malinconica su ciò che sta vivendo, in queste ore, Daniele De Rossi. Capitano della Roma, il calciatore più rappresentativo che questa squadra ha riconosciuto dopo Totti. Un uomo di personalità, un’altra bandiera, un altro figlio di questa città.

“Il capitano non tiene mai paura, dritto sul cassero fuma la pipa in questa alba fresca e scura che rassomiglia un pò alla vita”, cantava De Gregori in un pezzo provocatorio nel quale evidenziava come troppo spesso la società si faccia convincere ed abbagliare solo dai “muscoli del capitano”. E invece no. Daniele De Rossi ha rappresentato molto altro.

Per questo motivo, genera tristezza la deprivazione sentimentale e romantica che sta subendo il calcio moderno. Simboli e bandiere immolati, dimenticati, non riconosciuti e postposti a prestazioni e performances. Perché oggi conta soprattutto vincere, contano i trofei, al netto di appartenenza e storia. E allora via. Stop. Fine.

Nel calcio come nella vita. Tutto inizia e tutto finisce. Ed il per sempre resta utopico se considerato in termini assoluti. Conta il presente. Neanche il futuro, perchè molti tifosi neppure ci credono più a progetti ed altre fiabe. L’unico per sempre, nella vita come nel calcio, non può che essere dato dalla somma dei presente.

E così, in pochi mesi, abbiamo assistito alla fine di due epoche, quella di capitan Hamsik a Napoli e quella di capitan De Rossi a Roma, bandiere, simboli di un calcio che vuol dire appartenenza, storia, radici, città.

Ma dunque il concetto di romanticismo poco si sposa col calcio moderno. Le società sportive, di fatto, in un’ottica centrata sul risultato, non possono rinnovare i contratti per debito di riconoscenza o per impeto sentimentale. I giocatori devono garantire performances di alto livello e di forte impatto, non solo emotivo.

Totti ha dato molto alla Roma ed il club ha contribuito a creare le condizioni per cui lui divenisse bandiera. In questo caso non è andata proprio così. E ciò che fa più male a noi, romantici del calcio, a prescindere dalla fede calcistica di appartenenza, è la discutibile modalità utilizzata per liquidare e chiudere la pratica DDR. Assenza di confronto e comunicazione non all’altezza di una società a certi livelli. Del resto “il fallimento di una relazione è quasi sempre un fallimento di comunicazione”, scriveva Bauman.

Ad Ostia pochi giorni fa è comparso un murales dedicato a Daniele. Oggi gli amici, i conoscenti, tutti coloro che lo hanno vissuto ed hanno apprezzato da vicino la sua serietà, il suo coraggio, la sua sincerità, la sua impulsivita anche, hanno dedicato un pensiero a lui, una persona vera, prima che un calciatore. E poi un capitano che con dedizione, impegno e coraggio si è fatto carico della squadra della sua città, dello spogliatoio, dei compagni, dei tifosi, mostrando carisma e risultando credibile perchè autentico.

Il ragazzo che ha collezionato svariati cartellini rossi ma anche l’uomo che ha rilasciato sempre dichiarazioni sincere, come oggi, quando si è rivolto alla società, specificando di non essere stato informato delle scelte, ed ai suoi tifosi, chiedendo di rimanere al fianco dei calciatori e di sostenerli.

Sarà romanticismo calcistico ma, nel tempo dell’ “amore liquido”, non possiamo sognare neppure attraverso il calcio? Come può un tifoso romanista, a pochi anni dall’addio di Totti, elaborare la fine del capitolo De Rossi?

“Perché dobbiamo far finta di essere forti?” si chiedeva Verdone nel suo malinconico film. Non è consolazione e non si tratta neppure di retorica, in quanto la perdita rappresenta a volte la misura dell’amore.

“Io penso che alla fine tutta la vita non sia altro che un atto di separazione, ma la cosa che crea più dolore è non prendersi un momento per un giusto addio”. E un addio resta comunque il più vuoto e tuttavia il più pieno di tutti i messaggi umani.